Percorso a ostacoli

Di Luca Attanasio
27 giugno

I decreti Salvini sono vivi e vegeti. A quasi sette mesi dalla loro modifica strutturale a firma della ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, sono ancora serenamente applicati in numerose questure, come se non fosse esistito il Papeete e a dettare legge sulla questione migranti fosse ancora la creatura normativa più amata dall’ex titolare del Viminale. L’impietosa fotografia della mancata attuazione della riforma dei decreti sicurezza ce la fornisce unazione di monitoraggio sul campo, chiamata Paradosso all’italiana. Quando il governo italiano boicotta sé stesso, curato dal Forum per cambiare l’ordine delle cose che ha scandagliato le prassi degli uffici immigrazione delle questure di 16 grandi città italiane e dimostrato la «totale disapplicazione della legge e l’emersione di gravi criticità procedurali».
L’indifferenza
Agitati come soluzione finale ai problemi di legalità del paese, con l’abrogazione della protezione umanitaria, le multe e le inibizioni alle Ong che soccorrono in mare e la diffusione di un’idea aggressiva nei confronti degli immigrati (che ha conseguenze dirette sulle scelte operative di questure e prefetture) i decreti sicurezza hanno in realtà fatto schizzare il tasso di irregolarità: già stimati in 562mila alla fine del 2018, gli irregolari, per effetto del primo decreto sicurezza dell’ottobre 2018, hanno superato i 610mila a fine 2019 (Dossier immigrazione 2020). Con effetti negativi sulla criminalità, come hanno spiegato Milena Gabanelli e Simona Ravizza lo scorso ottobre sul Corriere della Sera: «Secondo le ultime statistiche, quando uno straniero passa da regolare a irregolare, il rischio che commetta un reato aumenta tra le 10 e le 20 volte».
Sebbene moltissimi tra politici, parlamentari, organismi transnazionali e mondo dell’associazionismo ne chiedessero l’abrogazione totale, la riformulazione dei decreti Salvini a opera del secondo governo Conte, con la legge n. 173/20 (in vigore dallo scorso dicembre), è stata salutata come un passo in avanti. Ma, come dimostra il monitoraggio, il miglioramento è in moltissimi casi solo nel testo. «Ci sono due aspetti inquietanti che il dossier evidenzia – spiega il regista Andrea Segre, tra i promotori del Forum – da una parte siamo di fronte alla palese inapplicazione di una legge, un fatto gravissimo che sbugiarda la resistenza strutturale della macchina dello stato controllata da prefetti e questori nostalgici della misura precedente, che nei fatti si sono opposti alla protezione speciale, misura introdotta dal nuovo decreto. Dall’altra assistiamo a un progressivo sgretolamento della volontà politica che davanti alla mancata attuazione di una legge, si fa incerta se non indifferente».

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Nulla di diverso
Nelle 16 città sotto osservazione (tra queste Reggio Calabria, Brindisi, Napoli, Roma, Firenze, Bologna, Trieste e Bolzano) sono state vagliate le prassi degli uffici immigrazione delle questure e delle commissioni territoriali per la protezione umanitaria, oltre che le posizioni assunte dai tribunali ordinari, in particolare per quanto attiene all’accesso alla protezione speciale prevista dalla nuova normativa. Il risultato preoccupa: migliaia di persone escluse dall’accoglienza legale a causa dei decreti sicurezza del 2018 – con effetto immediato in quel caso – continuano a galleggiare in un pericoloso limbo giuridico, tra irregolarità e invisibilità. Prassi illegittime, circolari contraddittorie, istanze non ricevute o non prese in esame, richieste da parte delle questure di documenti previsti dai vecchi decreti che la legge attuale non esige, documentazioni integrative dimenticate, ignoranza dei cambiamenti: un confuso patchwork che elude in modo evidente la legge.
«Quando il decreto 130 è diventato legge per noi è stata una vera e propria liberazione – confessa Valeria Pecere, membro del direttivo del Forum e socia della cooperativa Solidarietà e Rinnovamento che gestisce due Sai (ex Sprar) a Brindisi e Ostuni – i richiedenti asilo potevano rientrare nei sistemi di accoglienza (per i decreti Salvini i richiedenti erano in grado di rientrare nel diritto alla protezione, e quindi nei centri di seconda accoglienza, solo se la loro richiesta fosse stata accettata, ndr) e veniva istituita la protezione speciale che sostituiva e ricalcava l’umanitaria abolita nel 2018. Ma ben presto ci siamo resi conto che le cose non cambiavano: le questure rimandano, lasciano passare mesi, e le richieste di protezione speciale che per la nuova legge dovevano passare per le questure e avere un iter più rapido, continuano a essere affidate alle commissioni che, a loro volta, tardano ulteriormente. Le cifre dei rientri nei Sas grazie alle protezioni speciali, a quanto ci risulta, sono irrisorie. Queste norme sono fintamente progressiste, piuttosto sembrano dei palliativi, degli slogan per dire che abbiamo superato il salvinismo, ma siamo ancora lì».
Sprofondare nell’invisibilità
Per molti immigrati l’ingresso o il ritorno alla regolarità è una specie di gioco dell’oca in cui arrivi a un passo dal traguardo ma ritorni sempre al punto di partenza. Un meccanismo che estenua chi ne è vittima e lo forza a scomparire nell’invisibilità.
«Il mio caso è emblematico – spiega Mamadou Toure, maliano, mediatore interculturale e tesoriere della comunità africana di Brindisi – Io ho avuto un permesso umanitario che è scaduto nel 2019 e che, essendo stato abolito, non potevo rinnovare. Nel frattempo ho firmato un nuovo contratto e ho chiesto appuntamento in questura per ottenere, come da regola, il permesso per lavoro subordinato. Mi hanno dato prima un appuntamento dopo quattro mesi, poi dopo altri sei, nel frattempo il contratto di lavoro è scaduto. Il datore me lo avrebbero rinnovato ma, senza un permesso regolare, non poteva esserci alcun rinnovo. Poi, finalmente, la legge è cambiata e avrei potuto usufruire nuovamente della protezione speciale, ma, anche qui, lungaggini infinite, continui ostacoli, mancata conoscenza della nuova normativa, un concentrato di problemi insormontabili che mi ha portato a ottenere un permesso solo qualche giorno fa. Io però sono da sette anni in Italia, parlo correntemente la lingua, sono diplomato ragioniere e conosco a perfezione i meccanismi burocratici. Immaginate un immigrato solo, che non abbia neanche una delle mie abilità: sprofonda nell’invisibilità con tutti i problemi che comporta per l’intera società, non solo per lui».
Di male in peggio
A completare il quadro caotico una direttiva che contraddice la legge stessa. «La circolare numero 23186 del 19 marzo 2021, emanata dalla Direzione centrale dell’immigrazione del Ministero dell’interno – denuncia il senatore Gregorio De Falco, firmatario di un’interrogazione parlamentare sulla inapplicazione della Legge 173/20 – aggrava ancora di più le procedure per il permesso di soggiorno. Si afferma che le istanze per protezione speciale devono essere presentate personalmente dall’interessato nelle forme previste dalla legge (kit postale o direttamente all’ufficio immigrazione competente, ndr) e che, quindi, non possono essere considerate valide le istanze presentate tramite email, pec, ecc. Ma anche che la tipologia di permesso di protezione speciale non potrebbe essere richiesta direttamente al questore pena l’irricevibilità. Si gioca quindi a disorientare il richiedente aumentando burocrazie e ostacoli. Peraltro non si comprende perché debba essergli consentito, ancor più in fase di emergenza Covid-19, di presentare l’istanza solo di persona. C’è una preoccupante tendenza delle amministrazioni periferiche ad applicare la vecchia normativa, nonostante sia stata superata». Rispetto al passato, in realtà, un cambiamento netto nella pratica c’è stato. Ma in peggio. Se prima alle navi delle Ong si inibiva l’attracco, adesso non gli si consente proprio di partire: come riporta l’Ispi, i sequestri o i fermi amministrativi hanno raggiunto il record di 8 proprio in queste settimane.