La Cappellanìa secondo fra Beppe

Il cappellano del carcere svolge un ruolo poco conosciuto, delicato e singolare sia all’interno che all’esterno dell’istituto penitenziario, sia direttamente che indirettamente. Talvolta si sente parlare del cappellano in televisione solo quando vi sono dei casi particolari di cronaca nera, oppure lo si vede rappresentato in alcuni film inerenti a storie di vita di alcune persone che hanno vissuto mesi o anni di detenzione in carcere.

In ogni carcere italiano vi è la presenza di un cappellano, riconosciuto dal D.A.P. (Dipartimento Amministrativo Penitenziario). Il suo ruolo non deve essere confuso con le altre figure che operano all’interno del carcere, come gli psicologi, assistenti sociali, educatori, poiché il suo compito principale è quello di essere un “operatore umanitario” dell’ascolto del detenuto e rappresenta il primo collegamento tra la realtà delle persone detenute e la realtà sociale esterna al carcere. E’ il Vescovo che sceglie e nomina il cappellano del carcere ubicato nella propria diocesi. Il cappellano deve essere un sacerdote, pertanto il Vescovo inizialmente verifica se vi sia tra i suoi sacerdoti disponibilità a prestare servizio come cappellano e nel caso non lo trovasse tra i sacerdoti diocesani si rivolge ai sacerdoti religiosi.

Nel carcere di Montorio il cappellano non presta la sua opera da solo, ma appartiene ad una struttura ampia chiamata Cappellanìa. La Cappellanìa (che è un’istituzione riconosciuta dalla diocesi) è composta da: il cappellano ufficiale scelto dal Vescovo, due sacerdoti diocesani (che sono stati cappellani a loro tempo e che finito il mandato hanno continuato a tenere rapporti con il carcere), un diacono sposato e un religioso. Inoltre la Cappellanìa si avvale di un gruppo di collaboratori, tra religiosi e volontari. Va riconosciuto che il singolo cappellano in una realtà tanto complessa e in continua evoluzione  non riuscirebbe a far fronte da solo a tutte le esigenze e bisogni dei detenuti. Da qui parte l’idea di far nascere la Cappellanìa, poiché vi è la necessità dell’impegno di un gruppo di persone per poter gestire al meglio questa particolare comunità piena di sfaccettature ed è importante “essere una famiglia per poter gestire un’altra grande famiglia”.

Nella Cappellanìa ognuno ha un proprio ruolo da svolgere. Ad esempio fra’ Beppe si occupa maggiormente dei casi di omicidio, altri si occupano chi delle detenute, chi dei tossicodipendenti e così via. Ognuno ha i suoi compiti, ma il singolo ruolo fa parte di un insieme, ovvero di un gruppo di persone che collaborano, che si confrontano e che si sostengono reciprocamente. Ufficialmente tutti i membri della Cappellanìa si incontrano ogni trenta o sessanta giorni per uno scambio e confronto sulle realtà esperite nelle giornate trascorse all’interno del carcere, seppure gli operatori non svolgano la loro opera mai da soli, ma sempre in due o anche tre/quattro.

È fondamentale per la tutela dei detenuti che nelle strutture carcerarie vi sia la presenza un cappellano o di una Cappellanìa. Quando una persona viene arrestata, ovvero privata della propria libertà, viene condotta in carcere e si ritrova spaesata nella nuova realtà in cui vive con la privazione improvvisa sia di tutti i suoi beni materiali, sia dei suoi beni immateriali come le proprie abitudini, la libertà, la fiducia, i rapporti relazionali ed affettivi che sono elementi essenziali dell’esistenza della vita umana. Spesso le persone in stato d’arresto o di detenzione vivono condizioni di crisi psico-fisico-emotive che nei casi più gravi si possono concludersi con il suicidio.  Il ruolo del cappellano è un importante snodo di congiunzione tra realtà opposte, essendo che fin dal primo ingresso nel carcere accompagna moralmente le persone a vivere la loro nuova realtà, così da non permettere loro di sentirsi sole ed abbandonate a se stesse con le proprie crisi esistenziali.

Il messaggio iniziale della Cappellanìa di Verona è questo: “Noi, come Cappellanìa, ci siamo”.

La vita in carcere per certi aspetti è un no della vita che s’impone nella vita del singolo e la Cappellanìa aiuta il detenuto a fermarsi, a riflettere sulla propria esistenza e ad adattarsi alla nuova realtà che si ritrova a vivere. Inoltre la Cappellania si impegna a svolgere la funzione di “ponte relazionale” fra il detenuto e la sua famiglia, fra il sacerdote della parrocchia del detenuto e il sacerdote della parrocchia della vittima, fra il carcere e il mondo esterno. Va ricordato che le persone detenute spesso hanno una famiglia, amici e parenti come i più, perciò diviene doveroso ascoltare e offrire sostegno anche ai familiari della persona detenuta, travolti anch’essi dagli accadimenti traumatici e funesti che inevitabilmente li colpiscono e li coinvolgono.

Si pone in evidenza che la Cappellanìa è focalizzata sui valori e sui bisogni del singolo individuo e non sul presunto o effettivo reato commesso. Soprattutto all’inizio della detenzione, che è certamente il momento più difficile di sconforto della persona, il cappellano aiuta a dar voce e forma alle parole, anche quelle più difficili, perché è importante che il detenuto abbia la possibilità di parlare di se stesso, dei suoi errori, dei suoi turbamenti e paure, ma anche di come vive nella nuova realtà del carcere, esprimendo i propri bisogni e necessità essenziali. Per la Cappellania è di importanza vitale, all’interno di questo percorso, aiutare chi si trova in difficoltà, ma anche aiutare chi ha commesso un reato accompagnandolo alla consapevolezza del reato stesso e alla gravità del fatto ed intraprendendo con chi lo desidera un percorso educativo nella prospettiva di un nuovo inserimento sociale.

La Cappellanìa agisce su due linee, l’una è di aiutare i detenuti e le detenute a sviluppare il proprio senso di responsabilità personale delle proprie azioni e l’altra è di aiutare le stesse persone a trovare e dare un significato alla propria pena detentiva da scontare. La pena dovrebbe essere un’opportunità che lo Stato offre alle persone per potersi migliorare e non essere una mera punizione, bensì un’occasione di crescita personale e sociale.

Fra’ Beppe sostiene che “in carcere sei costretto a fermarti”, ma “questo fermare la propria esistenza deve essere visto come l’opportunità di cambiare, di prendere coscienza delle azioni commesse e migliorarsi. Il supporto ai detenuti non toglie valore al peso delle azioni da loro commesse, e non toglie valore all’eventuale vittima dei loro crimini. Il cappellano ha un ruolo allargato, l’attenzione è rivolta anche alla famiglia della vittima. Non ci si scorda mai della vittima, è sempre presente, e la riparazione parte proprio dalla presa di coscienza del male fatto.

Parliamo sempre di ascolto, ma l’ascolto è un ascolto costruttivo, un ascolto che aiuta a guardarsi dentro ed è un ascolto che deve arrivare a tutti. Tutti hanno diritto ad essere ascoltati. Non con tutti però c’è un percorso, non con tutti è fattibile un cammino di presa di coscienza e riparazione poiché non tutti sono disposti a guardarsi dentro e ad intraprenderlo”.

La Cappellania è consapevole di essere solo un frammento di una famiglia più vasta. Il suo obiettivo è di dire “non siete e non siamo soli in questa realtà”; proprio questo sentirsi parte di qualcosa di più grande, di esser parte di un tutt’uno permette di scoprire il bene che c’è in ogni persona. In passato è già accaduto che gli stessi detenuti abbiano colto l’importanza dell’agire insieme coniugando il bene proprio con il bene altrui, sentendosi così appartenenti alla grande famiglia composta da tutti gli esseri umani. Ed è significativa la frase di fra’ Beppe quando dice che “nonostante tutto, grazie anche alla Cappellanìa, quando entro in carcere, sento che c’è più bene che male lì dentro”.

 

Fin qui il racconto di fra Beppe. Ma vogliamo aggiungere la lettera di un direttore di carcere (di Porto Azzurro) al papa, per considerare anche gli aspetti della preghiera, dei riti spirituali e dell’ambiente di chiesa. Per leggerla clicca qui.