Don Marco Campedelli presenta Alda Merini

Marzo 2026 – Attività in Biblioteca al Femminile

Sabato 14 marzo nella Biblioteca delle Sezioni Femminili di Casa circondariale di Montorio si è svolto un bellissimo incontro con don Marco Campedelli, scrittore e profondo conoscitore di Alda Merini, nonché amico.

L’idea, nata dalla proposta di una docente volontaria di lettere del Liceo delle scienze umane nel carcere, ha trovato la disponibilità di don Marco: dalla sua penna, uno sguardo sulla interessante iniziativa.

“E’ cominciato così, con qualche poesia di Alda Merini letta dalle donne che frequentano il piccolo corso di Liceo delle scienze umane nel carcere di Montorio: Alda Merini, la grande ‘poeta’- come oggi si preferisce dire- dalla vita travagliata, che, come gli antichi alchimisti trasformavano il vile metallo in oro, ha saputo trasformare il dolore in pienezza di vita e fonte di amore, in poesia capace di parlare a tutti. Anche alle donne detenute, chiamate a credere in sé stesse e nella vita, anche quando tutto sembra crollare. E quindi perché non invitare don Marco Campedelli, teologo e narratore, a raccontare di Alda Merini, lui che è stato suo grande amico, che l’ha conosciuta e frequentata a lungo?

Don Marco ha subito accettato, e sabato 14 marzo – pochi giorni prima della data di nascita della ‘poeta’ e della giornata mondiale della poesia- nella biblioteca del femminile ha incontrato un bel gruppo di donne, a cui si sono unite anche diverse volontarie. Don Marco ha raccontato della sua amica ‘poeta’ con ammirazione e con affetto, ma anche con ironia perché era una donna anche imprevedibile e tirannica, capace di chiamare a qualsiasi ora del giorno esigendo un’immediata disponibilità, e di telefonare nel cuore della notte per dettare una poesia. Non tutti sopportavano la sua ingombrante amicizia e i suoi sbalzi d’umore, ma lui l’ha sempre considerata un dono, ed è stato tra gli amici più fedeli, capace di sorridere di fronte ai suoi eccessi.  

Le donne hanno ascoltato con interesse la ricca testimonianza di don Marco, resa piacevole dal racconto di qualche aneddoto, e hanno interagito con molta spontaneità. Si sono sentite in sintonia con la sensibilità di Alda Merini, con cui si erano confrontate attraverso il “ricalco” di una sua poesia, “Quelle come me”: l’avevano rielaborata in una riscrittura collettiva che non poteva che intitolarsi “Quelle come noi”… Un felice incontro che avrà sicuramente molti sviluppi, sotto il segno dell’arte che accompagna e racconta ogni rinascita.”

Alda Merini

QUELLE COME NOI

Quelle come noi hanno preso coscienza che abbiamo tutti dimenticato i valori dell’anima

quando facciamo finta di non vedere i bisogni degli altri,

dimenticando che siamo così simili

e che l’anima va accarezzata e ascoltata con umanità. 

Quelle come noi preferiscono nascondere la loro sofferenza

piuttosto che affrontarla. 

Quelle come noi non perdono mai la speranza

di ricostruire la loro vita pur attraverso i loro sbagli,

senza mollare mai!  

Quelle come noi che sono madri soffrono

nel vedere tanti giovani in carcere, e pregano

perché le loro vite possano ripartire con l’aiuto di Dio e della società. 

Quelle come noi sono come leonesse che non perdono mai la loro forza:

il loro ruggito è il suono di chi vuole farsi sentire

solo perché sa di essere parte dell’universo,

anche se sono spesso costrette a viaggiare da sole,

perché di loro si pensa che siano le sole ad essere pericolose…

E ruggiscono proprio per far capire che ci sono,

e vogliono solo difendere la loro terra e la loro famiglia. 

Quelle come noi sopravvivono 

anche tra la cenere! 

Quelle come noi ti hanno dato tanto, 

ma non rimpiangeranno mai l’amore che ti hanno donato. 

Quelle come noi cercano l’amore vero e puro

e, quando lo trovano, hanno un senso per andare avanti. 

Quelle come noi hanno un cuore che, 

anche se rimane sempre qualche passo indietro quando guardano avanti,

è talmente grande che coltiva per sempre tutto l’amore che contiene. 

Quelle come noi amano troppo, 

anche se sanno di ricevere in cambio poche briciole,

ma non disperano: sanno che prima o poi sul loro cammino 

arriverà qualcuno in grado di amarle, come solo loro sanno amare. 

Quelle come noi sono le uniche ad aiutare gli altri con tutto il cuore,

e a non pensare solo a sé stesse: sanno voler bene

e amare davvero le persone a loro più care.  

Quelle come noi aspettano un giorno migliore

come l’inverno aspetta la primavera. 

Quelle come noi hanno saputo sbagliare,

ma sanno anche ammettere e chiedere perdono

agli altri e al proprio cuore. 

Per il verso giusto. Lussureggianti rose

Marco Campedelli 19/03/2026, 12:48
Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 12 del 28/03/2026

Ma il giorno che ci apersero i cancelli, che potemmo toccarle come le mani quelle rose stupende, che potemmo inebriarci del loro destino di fiori. Divine, lussureggianti rose! Non avrei potuto scrivere in quel momento nulla che riguardasse i fiori perché io stessa ero diventata un fiore, io stessa avevo un gambo e una linfa.

Alda Merini

Il carcere di Montorio, a Verona, ospita più di seicento detenuti, il doppio della capienza prevista. Ogni tanto un suicidio abbassa, nel modo più tragico, quel numero: è la misura della disperazione.

La sezione femminile è molto più piccola: una cinquantina di donne. C’è qualche colore in più, qualche segno di bellezza appeso ai muri. Eppure il carcere delle donne sembra, se possibile, ancora più crudele: una camicia di forza che comprime l’energia vitale, la potenza generatrice.

Sono stato chiamato a parlare di Alda Merini.

Apro l’incontro con un brano da L’altra verità. Diario di una diversa.

Nella sala scende un silenzio denso.

Ci sono una trentina di donne, alcune insegnanti della scuola interna al carcere, qualche volontaria. Ci sono fogli, libri, mani nude. E un neon che non perdona. Qui la Merini non è un’icona: è una donna che ha conosciuto cancelli, divieti, fame d’amore – e li ha raccontati senza addolcirli.

Ho frequentato Alda per dieci anni, l’ho ascoltata quasi ogni giorno. Ma resto sullo sfondo: a parlare devono essere queste voci.

Una detenuta dice: «Le donne come noi sopravvivono alla cenere». Un’altra: «Di noi si pensa che siamo solo pericolose; il nostro ruggito è un suono che vuole farsi sentire perché sa di essere parte dell’universo».

Si commuovono, ridono.

Alda Merini le ha autorizzate a nominare il corpo – la fame, il desiderio, una maternità spesso braccata – senza chiedere scusa.

Qui sta il punto politico: Alda ha liberato anche le donne bibliche dal carcere del dogma e della morale borghese. Maria, che grida nella sua carne di madre che il figlio è vivo, liberato dalla tomba. Maria Maddalena, che canta senza censura il proprio amore. Veronica, che lo attende oltre le sbarre per asciugargli il volto. A tutte restituisce il gesto, il toccare, il seguire fino alla fine. Ridà alla tenerezza il suo rischio.

Nell’incontro accade lo stesso: misticismo e sensualità stanno sulla stessa riga. E così deve essere.

Alda Merini diceva di Gesù: «Era donna nel cuore». Non è dottrina: è esperienza di una compassione che si fa carne e non calcola.

Il carcere è un manicomio progettato per punire, non per educare: orari che tolgono il respiro, desideri e sessualità negati, figli lontani. Le biografie si riducono a reati; la Merini le restituisce alla loro dimensione di storie. Come lei con il manicomio, anche qui servirebbe una rivoluzione alla Basaglia: aprire, smontare la logica punitiva, riabilitare, riconoscere cittadinanza. Non “salvare con la poesia”, ma creare feritoie in cui la pena non cancelli la parola.

Le donne sentono che Alda parla a loro, recluse. Che ogni notte è anche la loro: «Ecco, sto qui in ginocchio / aspettando che un angelo mi sfiori / leggermente con grazia, / e intanto accarezzo i miei piedi pallidi / con le dita vogliose d’amore» (La Terra Santa).

Se ne vanno senza applausi. Le guardie chiudono.

Resta la poesia. Libera, anche in prigione.

Non è redenzione: è politica minima e concreta – tenere aperta una fessura oltre i cancelli, oltre le chiavi pesanti che chiudono il mondo.

Non serve portare mazzi di rose in carcere.

Solo oltre quei cancelli, un giorno, queste donne potranno davvero toccarle, quelle rose. Avere un gambo, una linfa.

Ritornare, finalmente, fiore.