Di luigi Ferrarella (Corriere del 8 agosto 2021)

Sorprendente motivazione del Tribunale di Sorveglianza di Bologna nel «no» alla detenzione domiciliare per motivi di salute

In carcere, dove con l’ok dell’Antimafia veneziana sul suo distacco dal clan di camorra dei «casalesi» ha avuto alcuni permessi mentre sconta 18 anni per associazione mafiosa e sequestro di persona, ha investito tutta la sua speranza di futuro sullo studio: al punto da prendere con 110 e lode due lauree in Giurisprudenza e Economia, e un master per giuristi d’impresa. Salvo poi sentirsi rispondere dal Tribunale di Sorveglianza di Bologna, nel «no» alla detenzione domiciliare per motivi di salute, non solo che la sua salute è compatibile con il carcere, ma anche che comunque, alla luce di una psicologia che sarebbe incline a ostentare superiorità, «la laurea conseguita in carcere e la frequentazione di un master per giurista di impresa si ritiene possano affinare le indiscusse capacità del ricorrente e dunque gli strumenti giuridici a sua disposizione per reiterare condotte illecite in ambito finanziario ed economico».PUBBLICITÀ

Una volta le mamme peroravano “studia, figlio mio, e diventerai qualcuno”, adesso giudici sembrano scrivere “se studi diventerai un boss più scaltro, quindi sei sospettabile di essere pericoloso”: «Ma così — ricorrono alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo il professor Giovanni Maria Flick e l’avvocato Francesca Cancellare — l’istruzione passa da primario strumento del trattamento penitenziario e volano di emancipazione per un futuro oltre la pena (come previsto dalla nostra Costituzione e dalle fonti sovranazionali) a sintomo di pericolosità sociale dei detenuti». E se per primi non ci credono i giudici, chi deve credere nella risocializzazione dei detenuti? In precedenza la Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile (come nel 68% dei casi), barrando la crocetta sulla casella del prestampato: ricordarsene, quando ebbri di aziendalismo giudiziario si esaltano le «magnifiche sorti e progressive» di strumenti deflattivi finalizzati a falcidiare le impugnazioni «inutili»