Ornella Favero, presidente della CNVG Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia e dell’associazione Granello di Senape di Padova, da voce, con questo articolo, alle paure che attanagliano tutti noi, ma soprattutto il mondo del carcere che vive questo periodo molto peggio di chi sta fuori.

Ornella Favero

“Nell’isolamento di marzo e aprile sento che ho perso un po’ di abilità sociale”: è l’osservazione fatta da uno studente durante un incontro in una videoconferenza del progetto di confronto tra le scuole e il carcere “A scuola di libertà”. Questa piccola riflessione ci è servita a fare un pensiero profondo sulla vita detentiva: se due mesi di “isolamento” hanno fatto diventare tante persone libere più chiuse, più fredde, in qualche modo più sospettose e distaccate nella loro vita di relazione, immaginarsi quanto indebolisce i legami sociali la galera, e lo fa sempre, ma doppiamente in tempi di coronavirus.

“Rientrare in carcere”, dopo la chiusura iniziale che ha coinvolto i famigliari e il Volontariato, non è stato, anzi ancora non è, per niente facile. Il Volontariato da una parte è quello che sostiene individualmente, dal punto di vista materiale e morale, le persone detenute, e questo è un ruolo ben accetto all’Amministrazione, ma è anche la società civile che entra con “la finalità del reinserimento sociale dei condannati e degli internati” (art. 17 O.P.), e ha un ruolo fondamentale nel costruire percorsi che accompagnano il detenuto dalla detenzione alle misure di comunità. E non a caso, da pochi anni le “misure alternative al carcere” hanno cambiato nome, e si chiamano appunto “misure di comunità”, ma non è solo una questione di nome. Il Volontariato è impegnato proprio a spiegare, a una società sempre più impaurita, che una persona che esce dal carcere prima del fine pena, ma in un percorso di reinserimento guidato e controllato, è molto meno pericolosa di una persona che, dopo aver scontato tutta la pena in galera, esce spesso incattivita, rabbiosa, priva di relazioni, con i legami famigliari compromessi. Un estraneo per la sua famiglia, un possibile vicino di casa che fa paura. Per questo c’è così bisogno di misure che riportino le persone gradualmente dentro la società libera.

Scrive Giuliano N., in carcere da dieci anni con una condanna all’ergastolo presa quando di anni ne aveva 22: “Il distacco sociale al quale i ristretti vengono sottoposti alimenta quel senso di disagio e frustrazione che non è mai stato così forte come in questo periodo di pandemia, con la differenza che oggi ogni cittadino italiano può averne un assaggio con le limitazioni imposte per fermare il virus. Pensate a cosa vorreste fare oggi o domani e non potete farlo perché siete chiusi in casa e moltiplicatelo per cento, forse anche per mille perché è questo lo stato d’animo dei detenuti, quello che oggi provate tutti voi rimoltiplicatelo non per un lasso di tempo limitato ma a volte anche all’infinito, perché in carcere ci sono pure persone che sono condannate a morirci dentro come i tanti ergastolani con fine pena 31.12.9999.

A questo si deve aggiungere un fattore molto importante che voi non potete sperimentare, cioè l’assenza dei propri cari, l’impossibilità di abbracciare tua madre, tuo fratello, i tuoi figli. Pensate che con le ultime restrizioni i nostri famigliari non possono nemmeno portarci, come facevano prima, del cibo preparato con amore per noi, e allora tutto quello che voi state provando in questo momento non si può paragonare a quello che giorno dopo giorno i detenuti sono costretti a subire. Un “di più di pena” pesantissimo, perché la pena è la privazione della libertà, e non altre sofferenze che finiscono solo per incattivire e inaridire le persone“.

Ecco perché ulteriori chiusure delle carceri dovrebbero far paura, e non rassicurare.

Carceri: alle Istituzioni chiediamo trasparenza, rispetto e ascolto

L’art. 17 dell’Ordinamento Penitenziario autorizza a operare in carcere “tutti coloro che avendo concreto interesse per l’opera di risocializzazione dei detenuti dimostrino di potere utilmente promuovere lo sviluppo dei contatti tra la comunità carceraria e la società libera“. E sono tanti gli esponenti di questa società che hanno saputo in questi anni portare originalità e innovazione nelle attività che realizzano in carcere, dialogando e confrontandosi costantemente con le Istituzioni e anzi chiedendo pressantemente che questo confronto sia più assiduo e trasparente.

In realtà la parola CONFRONTO è vista spesso come ostile se applicata alla realtà del carcere, perché il tema della sicurezza la schiaccia: non a caso, quando il Volontariato e il Terzo settore chiedono di imboccare strade nuove, buona parte dell’amministrazione penitenziaria oppone spesso molte resistenze, tanto è vero che anche un carcere come Bollate, nato e progettato come istituto sperimentale, funziona bene ma è stato utilizzato dall’Amministrazione stessa più come vetrina che come modello che avesse lo scopo di produrre ricadute positive e cambiamenti negli altri Istituti di pena.

Noi volontari non abbiamo nessuno strumento per chiedere ascolto, tipo il reclamo art.35-bis O.P. per i detenuti (che comunque per i detenuti stessi non è uno strumento semplice a cui ricorrere), e rispetto ai detenuti, per i quali l’Ordinamento di recente riformato prevede di promuoverne l’autonomia e la responsabilizzazione, di autonomia e responsabilizzazione ne abbiamo, se possibile, ancora meno. Quello che chiediamo è che l’Amministrazione si comporti in modo trasparente e rispettoso con la “società libera” che entra in carcere, mettendo le persone che la rappresentano su uno stesso piano delle Istituzioni, che non vuol dire assolutamente non distinguere i diversi ruoli, vuol dire semplicemente riconoscere la dignità e la competenza del Volontariato e delle Cooperative sociali e confrontarsi stabilmente con loro. È chiedere troppo?

È così difficile ascoltare il Volontariato e la società civile che entrano in carcere?

Sì, forse è chiedere troppo, perché c’è una parte delle Istituzioni che si occupano dell’esecuzione delle pene che non sembra apprezzare sempre l’ascolto dei punti di vista dell’ALTRO.

Leggo sul sito del Ministero della Giustizia “Le associazioni generalmente operano autonomamente, anche se molte di loro, per un migliore coordinamento, si riuniscono in organizzazioni più ampie, come la “Conferenza nazionale volontariato giustizia”, principale interlocutrice dell’Amministrazione penitenziaria in materia di volontariato”. Da mesi, come Presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia ho chiesto ai nuovi Capi del DAP di incontrarci. In fondo, rispetto alle carceri i volontari hanno una enorme esperienza, e a me hanno insegnato che prova di intelligenza è confrontarsi con persone che in qualche caso possono anche “saperne più di noi”, e non aver paura di accettare da loro consigli, riflessioni, buone idee.

Vorrei ricordare allora all’Amministrazione penitenziaria che la nostra richiesta di essere stabilmente ASCOLTATI non è una pretesa “esagerata”, è un invito importante, a tutti gli interlocutori di questo dialogo, ad assumersi le proprie responsabilità, che per noi significa essere informati e consultati dall’Amministrazione, per a nostra volta informare la società e le associazioni impegnate in questi ambiti. È quanto ho ricordato con determinazione al Vice Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Roberto Tartaglia, in una lunga conversazione telefonica che ha finalmente aperto un dialogo, da noi sollecitato da mesi. Questo dialogo ha bisogno di non restare un momento isolato, ma di continuare e di diventare un confronto stabile.

Quando ritorneranno a una parvenza di normalità i colloqui con i famigliari?

In questo mio primo confronto con il Vice Capo del DAP, ho espresso, tra l’altro, i punti di vista del Volontariato sul tema degli affetti. Oggi la graduale ripresa delle visite dei famigliari ha delle condizioni così tristi, che sono tanti i detenuti che scelgono di non far venire i loro cari a colloquio per non sottoporli all’angoscia del non potersi abbracciare, del dover parlare dietro un divisorio in plexiglass.

Questa emergenza almeno dovrebbe costringere a ripensare i tempi e gli spazi tristi degli affetti, il Volontariato ha sempre avuto una piattaforma articolata su questi temi ed è disponibile a dare senz’altro un contributo forte.

Abbiamo sottolineato spesso che la cosa più drammatica che potrebbe succedere è che videochiamate e telefonate “libere”, entrate di prepotenza in carcere, anche per far fronte all’epidemia di rabbia che rischiava di inquinare le condizioni di vita già difficili, vengano “buttate fuori” appena si tornerà a un po’ di normalità ripristinando del tutto i colloqui visivi. No, non si deve tornare indietro perché anche in condizioni “normali” le telefonate e i colloqui nel nostro Paese sono così pochi, che finiscono per logorare i rapporti con le famiglie. Per questo non è pensabile che questa boccata di umanità a costo zero delle videochiamate e di Skype possa finire.

Servirebbero regole chiare che allargassero al massimo le opportunità di telefonare, ma abbiamo perfino paura a chiederle, perché le circolari in materia, quando cercano di uniformare le condizioni detentive, lo fanno quasi sempre al ribasso. Qui invece c’è bisogno di coraggio, e per la prima volta non sarebbe così difficile averlo, perché l’emergenza Covid è reale, non è in qualche modo “un alibi” come a volte lo è stato il sovraffollamento per giustificare condizioni detentive inaccettabili.

Le videoconferenze come nuove opportunità

Quanto alle attività in videoconferenza, sono state autorizzate anche nelle carceri, ma stanno funzionando poco e male, perché ancora si mettono avanti i freni della burocrazia, e lo “spettro” della sicurezza. Noi pensiamo che invece le videoconferenze siano da una parte controllabili molto più di strumenti “antichi e rassicuranti” come le lettere, dall’altra possano essere un autentico arricchimento: mettere insieme per esempio, come si sta facendo a Padova, voci di tante vittime di reato come Fiammetta Borsellino o Agnese Moro, con quelle di figli di detenuti, e ancora di persone che hanno finito di scontare una pena, che insieme dialogano con gli studenti, è una opportunità che deve coinvolgere di più e stabilmente anche il carcere e le persone detenute.

In una società, che le tecnologie le dovrà mettere sempre più al centro della sua vita, chiediamo che le carceri si attrezzino rapidamente (avrebbero già dovuto farlo) per utilizzare le nuove tecnologie e per superare barriere burocratiche antiche, le risorse si possono trovare anche attraverso la Cassa delle Ammende, e per le attività da gestire il Volontariato è già pronto e disponibile.

Se il Volontariato esce dal carcere, esce anche la funzione costituzionale della pena

Noi volontari, assieme ai familiari dei detenuti, siamo stati le prime persone “sacrificate” in nome della sicurezza sanitaria all’interno degli Istituti penitenziari, e rischiamo di esserlo ancora, oggi che la pandemia è riesplosa.

Dopo il lockdown siamo in parte “rientrati”, e non in tutti gli istituti, in modo sparso e poco coordinato, con l’appoggio forte dei Garanti e la nostra responsabilità nel rispettare condizioni di sicurezza sanitaria. Ora, che siamo ripiombati in un clima di chiusura, ribadiamo la richiesta di essere consultati e ascoltati dall’Amministrazione, perché chiudere di nuovo un luogo già “chiuso” come il carcere rischia di essere una scorciatoia pericolosa, e non una soluzione.

Il reinserimento, che è l’obiettivo del nostro lavoro, significa anche ridurre i danni del “carcere chiuso” costruendo percorsi di crescita culturale che portino gradualmente all’accesso ai permessi premio e poi alle misure di comunità. Ma i permessi oggi non sono del tutto sbloccati, e quanto alle misure di comunità se già era complicato prima avere una offerta di lavoro o un domicilio per accedervi, presto diventerà una guerra tra poveri, dove chi esce dal carcere avrà ancora meno opportunità. E anche in carcere sta diminuendo l’offerta di lavoro negli istituti dove era più alta grazie alle cooperative sociali, che ora come tutte le aziende sono in seria difficoltà e stanno lottando strenuamente per mantenere le attività.

Oggi il detenuto è “spaccato in due”: durante la sua detenzione è seguito dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, poi, per il suo percorso di reinserimento nella comunità esterna, è soprattutto il Dipartimento della Giustizia minorile e di Comunità che deve occuparsene. Il Volontariato è impegnato su tutti e due i fronti, ed è un Volontariato competente, che dedica energie e risorse alla formazione, in particolare sui temi della rieducazione e della Giustizia riparativa, quello che chiediamo ancora una volta è più confronto e più dialogo con le Istituzioni, e una condivisione delle iniziative di formazione.

Smontare i meccanismi perversi della disinformazione

Noi volontari tentiamo da anni, faticosamente, di informare sui temi delle pene e del carcere, e lo facciamo in particolare con le scuole, nel progetto “A scuola di libertà”, e con i giornalisti, in seminari di formazione sull’esecuzione della pena che hanno accompagnato tanti giornalisti a confrontarsi con le persone detenute in carcere. Nei nostri seminari abbiamo uno “stile” di comunicazione particolare: partiamo dalla centralità delle testimonianze delle persone detenute, perché loro sono in grado di fare prevenzione raccontando le piccole o grandi scelte sbagliate che le hanno portate a fare il male. A loro affianchiamo “i tecnici”, che portano la loro competenza per aiutarci a capire tutta la complessità di questi temi.

Vedendo come è stata devastante l’informazione sulle “scarcerazioni dei mafiosi” durante la pandemia, non possiamo non essere consapevoli che il lavoro da fare, per smontare le falsità e i luoghi comuni che hanno imperversato in televisione e sui giornali in questi mesi, è enorme.

Informare è di vitale importanza per preparare la comunità ad accogliere chi “rientra” dal carcere, anche su questo mettiamo a disposizione la nostra competenza e la nostra esperienza.

Ritorno al (peggio del) passato

Il confronto è urgente, perché siamo preoccupati di un possibile ritorno al passato, ma parlare di “ritorno al passato” però non è appropriato, in realtà c’è il rischio di un ritorno al peggio del passato, a un’idea di carcere chiuso, impermeabile al confronto, tutto proiettato sulla sicurezza, e la recente circolare sulle violenze in carcere ci fa temere molto. Mettere al centro la sicurezza in qualche modo “fine a se stessa”, tra l’altro, penalizza pesantemente anche la Polizia Penitenziaria, su cui ricadono i malesseri crescenti, provocati da politiche che privilegiano la repressione e non disinnescano la paura e la rabbia, che già a marzo sono sfociate in distruzione e morte. Dopo la tragica esperienza delle rivolte, oggi si deve PREVENIRE, prima di tutto tornando ad allargare al massimo i contatti con le famiglie, le videochiamate e le telefonate gratuite.

E forse dobbiamo ripartire proprio dalla consapevolezza che anche il tema della sicurezza andrebbe affrontato con strumenti nuovi, la mediazione è uno di questi strumenti che funziona infinitamente meglio della pura repressione. Vorrei aggiungerci però la gentilezza, per come ne parla Papa Francesco nell’Enciclica “Fratelli tutti”, qualcosa di cui in carcere c’è estremo bisogno, da parte di tutti, anche delle persone detenute, che vivono spesso una condizione pesante, fuori dalla legalità, ma è importante che esprimano il loro disagio ripulendo la loro vita e il loro linguaggio dalle parole della violenza: “La gentilezza è una liberazione dalla crudeltà che a volte penetra le relazioni umane, dall’ansietà che non ci lascia pensare agli altri, dall’urgenza distratta che ignora che anche gli altri hanno diritto a essere felici. Oggi raramente si trovano tempo ed energie disponibili per soffermarsi a trattare bene gli altri, a dire “permesso”, “scusa”, “grazie”. Eppure ogni tanto si presenta il miracolo di una persona gentile, che mette da parte le sue preoccupazioni e le sue urgenze per prestare attenzione, per regalare un sorriso, per dire una parola di stimolo, per rendere possibile uno spazio di ascolto in mezzo a tanta indifferenza. Questo sforzo, vissuto ogni giorno, è capace di creare quella convivenza sana che vince le incomprensioni e previene i conflitti. La pratica della gentilezza non è un particolare secondario né un atteggiamento superficiale o borghese. Dal momento che presuppone stima e rispetto, quando si fa cultura in una società trasforma profondamente lo stile di vita, i rapporti sociali, il modo di dibattere e di confrontare le idee. Facilita la ricerca di consensi e apre strade là dove l’esasperazione distrugge tutti i ponti“.