Papa Francecsco

Di Luigi Manconi – La Repubblica 29 novembre 2019

Dal Discorso di Francesco sul carcere emerge un paradosso: la sola voce dotata di autorità morale che richiami principi universali è quella di un leader religioso, Bergoglio appunto

Se una lettura provinciale e “mondana” ha trasformato la pastorale di Papa Francesco in un messaggio “comunista” figuriamoci cosa accadrà ora. Dopo, cioè, che i suoi critici avranno letto il Discorso del Pontefice ai partecipanti al XX Congresso mondiale dell’Associazione internazionale del diritto penale.

Consideriamo uno dei passaggi più interessanti: “La sfida presente per ogni penalista è quella di contenere l’irrazionalità punitiva, che si manifesta, tra l’altro, in reclusioni di massa, affollamento e torture nelle prigioni, arbitrio e abusi delle forze di sicurezza, espansione dell’ambito della penalità, la criminalizzazione della protesta sociale, l’abuso della reclusione preventiva e il ripudio delle più elementari garanzie penali e processuali”.

Ancora, nel Discorso si critica l’uso arbitrario della custodia preventiva, la pretesa “di giustificare crimini commessi da agenti delle forze di sicurezza come forme legittime del compimento del dovere”. E si chiede di “ripensare sul serio l’ergastolo”.

Si tratta di parole forti, che esigono due precisazioni. A) Il Discorso del Papa riguarda, sì, anche l’Europa, ma richiama questioni che affliggono drammaticamente il mondo intero. B) La riflessione sul concetto e sul senso della pena risale alla tradizione biblica e alle fonti testamentarie, alla pastorale della Chiesa e alla concezione “personalistica” dell’uomo, per come si è sviluppata negli ultimi due secoli. È una riflessione che oggi si nutre, in particolare, dell’elaborazione del giurista argentino Eugenio Raúl Zaffaroni e della sua scuola. E che, in Italia, viene sviluppata da giuristi di ispirazione cattolica, come Luciano Eusebi e Giovanni Maria Flick.

Emerge qui una concezione del diritto non solo come strumento di composizione delle controversie tra gli individui, ma come sistema generale di tutela della inviolabilità della persona, che ha al centro il valore della dignità. Ed è ancora qui che la riflessione del Papa incontra la teoria dei diritti umani e dello stato di diritto, elaborata dal miglior pensiero liberale, democratico e garantista, che rappresenta il punto più alto del pensiero giuridico contemporaneo. Ne consegue un paradosso: nella fase attuale di disordine mondiale, la sola voce dotata di autorità morale che richiami principi universali è quella di un leader religioso: Papa Francesco appunto.

Ecco, se esaminiamo in questa ottica il pensiero del Papa sulla giustizia, ma anche sulle migrazioni e sulla povertà, sarà possibile sottrarsi più agevolmente alle polemicucce nostrane; e si potrà cogliere tutto il patrimonio di una dottrina sociale che ha una storia antica; e che da sempre incontra resistenze e suscita conflitti all’interno delle gerarchie e del popolo dei fedeli, tra posizioni, chiamiamole così, progressiste e posizioni conservatrici. Discende da qui il fatto che, nella nostra piccola Italia, la contestazione nei confronti di Francesco segue la linea di frattura degli schieramenti politici.

Nel 2005 non ero parlamentare e, insieme a giuristi e a molte associazioni, mi battevo perché venisse approvato un provvedimento di indulto e amnistia. Contavamo sull’atteggiamento favorevole della Chiesa cattolica, ricordando che Papa Wojtyla, in occasione del Giubileo del 2000, aveva chiesto con forza un gesto di clemenza; e aveva rinnovato la richiesta quando nel 2002 si era recato in visita al Parlamento italiano. La risposta della classe politica era stata elusiva, ma anche l’atteggiamento della Cei sembrava titubante.

Per questa ragione chiesi un incontro privato con l’allora presidente della Cei, Camillo Ruini. Lo ottenni con una certa rapidità e, così, incontrai il cardinale. Ebbi modo di spiegare dettagliatamente le motivazioni a favore di un provvedimento di clemenza. Il cardinale mi ascoltò con attenzione, mi chiese molti particolari e volle approfondire alcuni punti. A conclusione del colloquio non espresse un’opinione, ma mi garantì che avrebbe riflettuto e avrebbe portato la discussione all’interno della Conferenza episcopale. Poi aggiunse di essere stato già informato sul tema da altri e di avere ascoltato opinioni contrarie al provvedimento, indicando nell’allora sottosegretario al ministero dell’Interno, Alfredo Mantovano, il suo interlocutore.

Mantovano era ed è persona competente e per bene, cattolico intransigente e, direi, reazionario, allora militante in Alleanza nazionale. E indubbiamente il peso delle sue argomentazioni presso il cardinale doveva essere rilevante. Fatto sta che, dopo poco più di un anno, durante il secondo governo Prodi il provvedimento di indulto venne approvato con la maggioranza richiesta dei due terzi e l’opposizione di An. La Chiesa cattolica tenne un atteggiamento prudente, l’associazionismo assunse posizioni diversificate, così come i vescovi. Il Discorso di Papa Francesco, se pronunciato all’epoca, non sarebbe stato senza conseguenze, rinnovando quel conflitto tra opzioni diverse che – in materie non di dottrina – corrispondono a differenti sensibilità, culture, esperienze. Forse soprattutto esperienze. Racconta Francesco: “Sin da giovane sacerdote, e poi da Arcivescovo di Buenos Aires, la mattina celebravo la messa con i preti e gli altri vescovi, e la sera andavo in carcere”.GiustiziaDiritti UmaniDiritti Civili