di Marco Menini

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L’inferno di Dante entra in carcere con lo spettacolo teatrale “Ne la città dolente” di Alessandro Anderloni e con la partecipazione della compagnia di detenuti “Teatro del Montorio”. Si parte il 29 aprile con l’anteprima; poi giovedì 2, venerdì 3 e sabato 4 maggio. Si scenderà nell’abisso della pena eterna e della reclusione carceraria, assieme a chi in quella “città dolente”, ci deve convivere.

Al carcere di Montorio per quattro date, a partire dal 29 di aprile, va in scena lo spettacolo teatrale “Ne la città dolente” di Alessandro Anderloni, interpretato dalla compagnia di detenuti “Teatro del Montorio”. Quella di “Ne la città dolente” si inserisce all’interno del Festival Biblico di Verona ed è la prima tappa di un progetto triennale che proseguirà fino all’anniversario dei settecento anni dalla morte di Dante Alighieri, nel 2021. Gli attori del gruppo teatrale del Carcere di Verona (12 detenuti e una detenuta provenienti da tutte le sezioni) affrontano la prima cantica della Divina Commedia; il Purgatorio e il Paradiso saranno i capitoli successivi, nel 2020 e nel 2021.

L’idea è del regista Alessandro Anderloni che lavora in carcere dal 2014 con un progetto organizzato dalla Direzione del Carcere di Verona con l’associazione culturale Le Falìe e sostenuto dalla Fondazione San Zeno Onlus. Ad affiancarlo nel condurre il laboratorio teatrale, iniziato a novembre del 2018, sono l’autrice e attrice Isabella Dilavello e l’attore e danzatore Paolo Ottoboni. Alla rappresentazione prenderanno parte come co-protagonisti anche una decina di studenti delle scuole secondarie veronesi che hanno aderito all’invito a lavorare insieme coi detenuti e con loro andranno in scena. “Parlare di inferno in carcere è vedere le parole di Dante incarnarsi nei corpi delle persone che vivono l’esperienza della reclusione”, spiega il regista Alessandro Anderloni.

Dante l’esiliato, il rifugiato, il condannato ingiustamente e la sua Commedia hanno coinvolto subito i protagonisti del “Teatro del Montorio”. “Per coloro che hanno avuto la sventura di entrare in carcere, il monito ineluttabile e perentorio lasciate ogne speranza voi ch’intrate sembra essere impresso indelebilmente sul cancello che si apre e chiude dietro di sé. Non c’è altro luogo come un carcere dove si penetri nel profondo della propria esperienza personale il significato di parole come peccato, pena, dannazione. I detenuti hanno affrontato la Commedia con abnegazione e coraggio frastornanti”, sottolinea.

“Interpreteranno il giudice del doloroso regno Minosse, loro che sanno come nessun altro cosa significhi essere giudicati. Diranno piangendo, come Francesca. Si faranno tutt’uno con Cavalcante dei Cavalcanti, che si dispera nel credere morto il figlio di cui non sa nulla, loro che provano ogni giorno il non avere notizie dei figli che hanno lasciato fuori.

In nessun luogo come in carcere le parole di Ulisse risuonano come il richiamo al folle volo che può decidere di compiere ognuno di noi – prosegue -. In carcere il rumore della chiave che chiude la cella del Conte Ugolino per farlo morire di fame con i propri figli è familiare. E toccato il fondo, dove Dante condanna gli infami, si tocca il fondo della nostra coscienza. Si è a tu per tu con il mistero del Male”.

Regista e protagonisti del “Teatro del Montorio” inviteranno gli spettatori, a gruppi di cento, a camminare negli spazi della reclusione. Lo spettacolo si svolgerà in forma itinerante percorrendo corridoi, aule rieducative, aree trattamentali, passeggi per l’ora d’aria. Luoghi che non sarà difficile identificare con i gironi, i cerchi, le bolge infernali.

Qui il pubblico incontrerà la parola di Dante senza nessuna rielaborazione del testo, né traduzione o attualizzazione. Il linguaggio della Divina Commedia, vivissimo e attuale, sferzante e lancinante, sarà detto da attori che lo intoneranno con le cadenze del mondo intero, rispondendo all’appello del Sommo Poeta che prende in causa ognuno dei suoi lettori.

“Con questo progetto vogliamo aprire le porte del carcere alla città, perché non sia visto come un’isola, ma come luogo che dialoga con l’ambiente in cui è inserito”, commenta la direttrice della Casa circondariale di Verona, Mariagrazia Bregoli.

“Il laboratorio di teatro è uno dei tanti progetti educativi, lavorativi, sportivi e culturali proposti. Particolarmente significativa è – conclude – l’adesione delle scuole veronesi i cui studenti non sono stati invitati, per una volta tanto, a visitare gli spazi carcerari come osservatori. Partecipano in prima persona, insieme coi detenuti, all’attività teatrale: questo è uno degli aspetti più innovativi e preziosi del progetto”.