La settimana scorsa, il garante per le persone private della libertà personale, Mauro palma, ha presentato al Parlamento italiano l’annuale relazione sullo stato delle carceri in Italia.

Relazione che ha evidenziato un sovraffollamento che continua a peggiorare, inoltre, anche questo cronica, carenza di risorse, economiche strutturali e umane. L’allarme nel rapporto 2017: più 2.967 detenuti in un anno, in tutto 56.817. A questo ritmo nel 2020 torneremo ai numeri che portarono la Corte europea dei diriti umani a condannare l’Italia

Nella sua relazione annuale al Parlamento, il Garante nazionale dei detenuti Mauro Palma torna a fotografare la situazione delle carceri e dei luoghi di privazione della libertà in Italia. Una realtà che presenta ancora gli stessi sintomi di una malattia di lungo corso, diagnosticata e discussa da anni ma che ogni volta sembra incancrenire: l’affollamento carcerario, la mancanza di accesso alle misure alternative, l’aumento dei suicidi. Il Garante ha visitato cento diversi luoghi fra il 2018 e l’inizio del 2019: istituti di pena per minori e per adulti, centri per migranti, Rems (le strutture sanitarie che hanno sostituito gli ospedali psichiatrici giudiziari), i servizi psichiatrici di diagnosi e cura, ha ispezionato anche la nave della Guardia costiera Diciotti e ha monitorato trentaquattro voli di rimpatrio forzato. Erano presenti alla relazione il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il guardasigilli Alfonso Bonafede, il premier Giuseppe Conte e il presidente della Camera Roberto Fico. Nessun partecipante di ala leghistaQ

L’affollamento carcerario

È sempre lo stesso paradosso italianodiminuiscono i reati – anche quelli che dovrebbero creare maggiore allarme (stupri, furti e rapine, omicidi) – ma aumentano i detenuti. E c’è di più. Fino al 26 marzo 2019 su 46.904 posti regolamentari disponibili nei 191 istituti di pena del paese erano presenti 60.512 persone: c’erano insomma nelle galere italiane 9.998 detenuti in più, con un sovraffollamento del 120 per cento. Al 31 dicembre 2017 i detenuti erano 57.608 contro i 59.655 alla stessa data del 2018. Una crescita, in un solo anno, di oltre duemila detenuti. Eppure l’aumento non è dovuto a un maggiore ingresso di persone in carcere – che rispetto all’anno precedente sono diminuite di 887 unità – ma a 1.160 dimissioni dal carcere in meno. In altre parole, in carcere si entra di meno ma si esce anche di meno. Perché? Molto probabilmente perché si utilizzano poco le misure alternative al carcere, secondo il Garante. Ci sono 5.158 persone con pena inferiore a un anno o compresa tra uno e due anni che potrebbero usufruirne, ma che rimangono all’interno degli istituti. Per altro, dalle statistiche di cui il ministero della Giustizia ha tenuto conto nell’elaborazione della riforma dell’ordinamento penitenziario emerge che per chi sconta la pena in carcere il tasso di recidiva è del 60,4 per cento. Invece, per coloro che hanno fruito di misure alternative alla detenzione, la recidiva scende al 19 per cento, ridotto all’1 per cento per quelli che sono stati inseriti nel circuito produttivo. “Sono anche le condizioni di precarietà sociale dei detenuti a pesare sul mancato ricorso alle misure alternative”, spiega al Foglio Claudio Paterniti Martello, ricercatore dell’associazione Antigone. “Se non hai una casa né la possibilità di accesso al lavoro, se non padroneggi i codici del sistema né hai un avvocato di fiducia è più difficile che tu sappia che puoi chiedere una misura alternativa. Ed è più probabile che la domanda venga rigettata perché fatta male. In uno stato liberale e garantista devono per l’appunto essere solide le garanzie che consentono il beneficio effettivo dei diritti, come il diritto a una pena rispettosa della dignità e volta al reinserimento nella società, secondo quanto previsto dalla nostra carta costituzionale”. E secondo la relazione del Garante, in Italia queste sono ancora troppo deboli.

Suicidi in carcere

Nel 2018 i casi di suicidio sono stati 64: un numero che ha segnato un picco di crescita rispetto all’anno precedente (50 nel 2017) e che ha raggiunto un livello che non si riscontrava dal 2011. Nei primi tre mesi del 2019, 10 persone si sono tolte la vita in carcere, circa una a settimana. Trentasette persone, la maggior parte, non avevano ancora una pena definitiva: tra questi 22 erano ancora in attesa del primo giudizio. L’età media era di 37 anni e il più giovane ne aveva solo 18. Ancora di più colpisce il picco di suicidi in prossimità del fine pena: 17 persone sarebbero uscite in meno di 2 anni, 3 entro l’anno.