L’approvazione di quella che viene definita “legittima difesa”, ma che in realtà è “illegittima difesa”, tende a dare più importanza alla difesa della proprietà, che è sacrosanta, ma anche a scapito della vita umana.

Uccidere un ladro non è reato. Benvenuti nell’anno bellissimo

di Errico Novi
IL dubbio 19 marzo 2019

Sulla legittima difesa si potrebbe scrivere un manuale di comunicazione politica. E nel d-day consumato ieri al Senato non è stato certo il Movimento Cinque Stelle a offrire un modello di marketing esemplare. La legge tanto cara alla Lega è approvata in via definitiva, con larghissima maggioranza d’aula (201 sì, 38 contrari e 6 astenuti, tra i quali Mario Monti), ma gli uomini di Luigi Di Maio vanno in dissolvenza.

Peggio: lasciano il proscenio alla celebrazione dell’alleanza di centro destra, proprio com’è avvenuto con le ultime disastrose prove elettorali. Nel mare di voti favorevoli, infatti, alla Lega si uniscono sia gli azzurri berlusconiani che i senatori di Fratelli d’Italia. Proprio il Cavaliere dice che “il testo è migliorativo” e che però “ci impegniamo a completare questa riforma quando il centrodestra tornerà al governo”.

Giorgia Meloni e il suo luogotenente per la giustizia a Palazzo Madama, Alberto Balboni, si lamentano perché “con l’alleato grillino il risultato è sempre deludente”. Dulcis in fundo, i ministri-senatori dei Cinque Stelle scelgono di non esserci: tra i banchi dove si consumano gli abbracci tra il “vincitore” Matteo Salvini e i suoi fedelissimi, dal titolare delle Politiche agricole Gian Marco Centinaio al relatore della legittima difesa Andrea Ostellari, non c’è traccia né di Danilo Toninelli, né di Barbara Lezzi e neppure del sottosegretario Vito Crimi.

Tutti formalmente “in missione”, con l’ulteriore aggravio di 6 senatori grillini assenti ingiustificati, tra i quali Elena Fattori e Paola Nungnes. Risultato: passa il messaggio secondo cui la vecchia alleanza di centrodestra funziona, vive e lotta insieme a Salvini. Di più: grazie alle riflessioni di Fi e Fratelli d’Italia intrise di rammarico per l’occasione parzialmente perduta, si veicola pure l’ulteriore idea per cui se la Lega avesse definito la nuova legittima difesa solo con i vecchi buoni amici anziché con i Cinque Stelle, ne sarebbe venuta fuori una riforma assai più efficace.

Come Berlusconi e Meloni, per esempio, anche l’abile Gasparri insinua che “la Lega ha frenato per colpa dell’alleato indeciso”. Con loro auto-dissolvenza involontaria, insomma, i grillini speravano di rovinare la festa dell’alleato di governo: ne favoriscono invece l’ancora migliore riuscita. L’unico a rendersi conto che in certi casi è meglio incassare con eleganza anziché fare gli sdegnosi è proprio il ministro più direttamente interessato dalla faccenda, Alfonso Bonafede: “Non ci sarà alcun far west, evitiamo semplicemente, d’ora in poi, che chi si difende legittimamente debba anche attraversare un calvario giudiziario”, ammette il guardasigilli. “Era un punto del contratto di governo e l’abbiamo realizzato”.

Da manuale, in chiave positiva, sembrerebbe invece la lettura che il vincitore di tappa (e “maglia rosa” indiscussa dei sondaggi) Matteo Salvini offre sulle modifiche agli articoli 52 e 55 del codice penale. Prima di tutto dice “grazie” agli “amici dei Cinque Stelle”, oltre che a Forza Italia e FdI, e già in questo si potrebbe leggere un’impietosa doppiezza di significato: la gratitudine per i grillini che “hanno sostenuto questa battaglia di civiltà”, come dice il vicepremier, ma anche per il modo in cui gli hanno lasciato campo libero nel giorno del trionfo.

Soprattutto, il leader del Carroccio ben si guarda dall’accreditare effetti non affatto consentiti dalle norme appena approvate: evita per esempio di promettere che chi spara per difendersi da un’aggressione, anche in casa propria, possa sfuggire all’inevitabile indagine del pubblico ministero. Dice casomai che “si eliminano anni e anni di giri per i tribunali e di spese legali”. E questi infatti sono effetti plausibili della “nuova” legittima difesa. All’articolo 52 si stabilisce che la difesa domiciliare (cioè in casa ma anche nel proprio negozio o ufficio) è “sempre” legittima a condizione che l’aggressore si sia introdotto con “violenza” (circostanza che in effetti può legittimamente indurre a temere il peggio, nei pochi istanti in cui l’aggredito deve valutare come reagire) o minacci di usare armi. Elementi che già oggi inducono i magistrati ad assolvere le persone indagate per “eccesso colposo”.

Così come già la giurisprudenza aveva sancito il principio della “legittima difesa putativa”: ora il secondo comma aggiunto all’articolo 55 circostanzia puntigliosamente quel principio. Esclude la “punibilità” di chi, nel difendersi in casa o nel negozio (ma non per strada), eccede i limiti previsti al sopra ricordato articolo 52, ma sempre ad alcune precise condizioni: prima di tutto, che il pericolo “sopravvalutato” dall’aggredito riguardi non i beni ma “la propria o altrui incolumità”; e inoltre, che si trovi o in condizioni di minorata difesa, per esempio per le circostanze di tempo in cui ha subito l’intrusione, o nell’ormai famigerato “stato di grave turbamento”, sempre che quest’ultimo derivi da una oggettiva “situazione di pericolo”.

Maglie più larghe ma non troppo, insomma. Salvini, ci si muove con abilità, tranne che per una cosa: dice che è “una giornata bellissima”. E dimentica così che si sta pur sempre parlando di casi in cui, spesso, qualcuno muore, e cioè di una tragedia. Sia per chi è morto, sia per chi si è difeso.