“In carcere, come conduttore di un laboratorio teatrale per tre anni, ho fatto una delle esperienze più potenti della mia vita professionale”. Esordisce così, Renato Perina, nella sua intervista a Pantheon. Interprete e regista teatrale con un dottorato in pedagogia generale e sociale, è autore di diversi articoli scientifici tra cui la monografia Per una pedagogia del teatro sociale, pubblicato da Franco Angeli. Da tempo è ospite con un blog culturale su Il Fatto Quotidiano.

“Quello con i detenuti è stato un incontro che ha allargato il mio orizzonte artistico, ha dato più senso alla mia esperienza teatrale. Ho dovuto ricorrere a strategie e risorse insospettate, mi sono trovato arricchito e in modo sconcertante. Si può fare un teatro di potenza e qualità proprio nel luogo marginale per definizione. Mi sono scoperto al centro della mia creazione con attori dalla forza espressiva rara, difficile da trovare fuori” spiega l’attore veronese. L’incontro con la realtà del carcere è avvenuto a partire dalla tesi di dottorato in Pedagogia “a cui sono arrivato piuttosto tardi, dove ho approfondito dal punto di vista della ricerca tutto quello che avevo vissuto prima, empiricamente”. Ovvero, laboratori di teatro in un centro di igiene mentale di Verona, il teatro nelle scuole e nei licei, di provincia, in Veneto e Lombardia, “una passione con la quale mi guadagnavo anche uno stipendio”. Al tempo del dottorato, Renato Perina porta avanti una ricerca sul ‘teatro socialè compiendo una sorta di saldatura, di sinergia tra un luogo simbolico e operativo di estrema libertà con ambiti contrassegnati da estremo limite.

La tesi di dottorato diventa quindi un libro e Perina, interpellato a collaborare per un progetto con il carcere di Montorio, si ritrova a condurlo. “Alla fine, quel laboratorio l’ho diretto facendo convergere esperienze concrete di teatro e teoriche di pedagogia sociale, di disagio e marginalità, ma ogni esperienza è a sé stante. Non mi interessa né rieducare né fare percorsi di benessere; l’arte terapia penso sia una sciocchezza. L’arte, e quindi anche il teatro, è sempre terapica ma, parafrasando Thierry Maulnier, la funzione curativa dell’arte esiste nella misura in cui l’intenzione curativa è assente. Nei tre anni di laboratori e spettacoli ho incontrato una cinquantina di detenuti/attori colpevoli di reati di ogni genere, anche i più aberranti. Ho incontrato persone che mi hanno sorpreso in tutti i sensi”.

Il lavoro di Perina con i detenuti si è concentrato, poeticamente, sulle ambivalenze dell’esistenza: “Abbiamo lavorato su I fiori del male di Charles Baudelaire e sui testi di Pier Paolo Pasolini, per rappresentare l’interfaccia bene/male, dentro/fuori, integrato/emarginato, umano/disumano. Ho inserito temi che potevano essere interessanti per i carcerati per dar loro dei feedback e, in qualche disperato modo, comunicare, senza mai affermarlo, che nulla è perduto. Senza moralismi e, forse, senza esserne convinto fino in fondo. Se avessi convinzioni così decisive forse non farei teatro, l’ispirazione stessa sarebbe arida perché credo che essa nasca soprattutto da un senso di mancanza, di inadeguatezza e al tempo stesso di una insopprimibile fiducia nella bellezza e nella sua forza sovversiva”. Terminata l’esperienza con il carcere, Perina è ora impegnato in diversi reading e progetti teatrali in cantiere con Bagliori associazione culturale: da gennaio 2019 partirà in città, a Verona, un laboratorio sul palco aperto a tutti (Dal laboratorio teatrale alla messa in scena) “utilizzerò lo stesso metodo usato con i detenuti. Qual è? Non ce l’ho”.