Ci sono carceri in Italia che riescono a dare qualcosa in più rispetto alla altre, in questo Bollate è sempre due passi avanti.

Al via la campagna che permette ai bambini di entrare in carcere a giocare con i genitori detenuti. Una giornata nell’istituto di Bollate.

«Ciao papà, finalmente: non vedo l’ora di farti un bel tunnel». Un cinque scambiato con l’entusiasmo di chi si trova davanti il suo più grande amico. Poi un abbraccio avvolgente. Infinito. Stretto e complice. Di chi è da un po’ che non si vede, ma sa che l’altro comunque c’è. E gli manca da morire. Scene da bordo campo, dietro ad una panchina improvvisata dove si intrecciano occhi di padri e occhi di figli, pronti ad entrare in un fangoso rettangolo di gioco che oggi per questi calciatori vale quanto San Siro. Anche se a posto delle tribune ci sono grigie pareti di recinzione alte dieci metri. Siamo al carcere di Bollate, poco fuori Milano, uno dei 60 istituti di pena che hanno aderito alla campagna “La partita con papà” organizzata dalla onlus “Bambinisenzasbarre”, e che in queste settimane vedrà coinvolti 1.400 detenuti e quasi tremila bambini.

«È da un po’ che non giochiamo insieme, l’ultima volta lo abbiamo fatto quando ero ancora fuori da qui, in una festa in paese tra genitori e figli. Sono emozionato e curioso, non vedo l’ora che cominci la partita: fare cose con loro è importantissimo, loro sono la nostra ricarica». Non nasconde la gioia Sergio, mentre dalla linea di fondo segue il suo cucciolo sfrecciare dietro al pallone. La memoria, lo ammette, va alla libertà perduta, ma davanti a sé – in quell’istante – è come se vedesse un futuro possibile. Un futuro che, con la scusa di una partita di calcio, può abbracciare, toccare, coccolare. «Giocare a calcio con il papà è uno dei desideri che i figli dei detenuti esprimono con più frequenza e così quattro anni fa è nata l’idea della partita», spiega Lia Sacerdote, presidente di Bambinisenzasbarre, associazione nazionale che opera nei carceri per favorire e proteggere la relazione tra i genitori e bambini, con moderne intuizioni come lo “Spazio giallo”, un angolo allestito nella sala d’aspetto prima dei colloqui. Un luogo spesso asettico e snervante, trasformato invece in una parentesi colorata dove far trascorrere il tempo dell’attesa dei controlli e far scaricare la tensione. «I figli dei detenuti spesso sono stigmatizzati dagli amici, loro stessi spesso non sanno perché il loro papà è in prigione e le 6 ore a disposizione ogni mese, anche se in alcuni casi possono aumentare fino a 10, sono pochissime per saldare e ravvivare un rapporto. Il concetto che vogliamo far passare è quello che del proprio padre non bisogna vergognarsi: papà ha sbagliato, papà sta pagando ma poi quando se ne tornerà a casa sarà tutto normale. La partita accentua questa normalità, questo poter fare qualcosa di usuale e auspicato insieme». Normalità esplode con il fischio d’inizio: due squadre di ragazzi, dai nomi più che evocativi: “CR7” e “Messi”. E due squadre di adulti: “I padri di CR7” e i “Padri di Messi”. «Sono i figli che hanno voluto sfidare i grandi, proprio per dimostrare quello che sanno fare: è un agonismo senza agonismo, per il gusto di fare un dribbling o bel passaggio davanti a papà».

Giacomo è in carcere da quasi tre anni e mezzo. Ha appena terminato il colloquio con la figlia e poi invece delle scarpe da calcio ha preso un registratore e sta improvvisando la cronaca della giornata. «Un lato positivo è che i bambini possono conoscere il carcere per quello che è: non solo una punizione, ma un’occasione d’inserimento. E lo sport è inserimento». Corrono i padri, ma i figli corrono di più. Qualcuno finge di cadere, chiamando scherzosamente un rigore inesistente. C’è chi con i piedi ci sa fare e chi invece si accontenta di poter abbracciare in area il figlio durante un corner: un gesto d’affetto val pure un rigore. «Ho visto dei papà che cadevano da soli», scherza Davide durante l’intervallo mentre salta sulle spalle del genitore con la necessità di contatto tipica dell’età. «Si vede che noi giovani siamo più allenati, ma pure loro non se la cavano male dai», commenta invece ironico Tommaso. «Era da un sacco che non toccavo il pallone con mio padre: sono felice. Poi ho vinto pure un contrasto con lui, quindi lo sono ancora di più». E mentre le mamme sorridono da lontano, aggrappandosi con immane bisogno a questi attimi di spensieratezza, anche qualche bambina chiede giustamente di poter giocare. Come è successo nel carcere di “Opera”, dove è scesa in campo una squadra di ragazze. «I diritti dei grandi cominciano dai diritti dei bambini», e il diritto all’essere padre – all’essere genitore – e il diritto ad essere figlio, oltre ogni sbarra, è la partita che giocano ogni giorno gli operatori di “bambinisenzasbarre”. «Sì, perché noi siamo dentro ma fuori i nostri figli crescono, cambiano, evolvono» – racconta Tony, tra un passaggio e l’altro, con la faccia sudata e la mano che cerca la testa del suo tesoro da spettinare. «Passi tanti colloqui, dove magari se ne stanno zitti e non aprono bocca. E poi, quando meno te lo aspetti, ti chiedono: “Papà, quando torni a casa?”. Prendere a calci un pallone oggi ci ha fatto prendere a calci un po’ di questa costante sofferenza».