Se un detenuto ha la possibilità di scontare la pena in modo alternativo, ovvero lavorando in strutture idonee convenzionate, è lo Stato che deve garantire l’esecuzione pena e la funzione rieducativa, trovando la struttura idonea convenzionata, o è lo stesso detenuto a doversela cercare? La risposta a questa domanda è stata data da un recente provvedimento della Corte d’Appello di Lecce a firma del procuratore generale Pietro Baffa, che accogliendo la tesi del legale dell’imputato, l’avvocato Paolo Spalluto, ha stabilito che è lo Stato a doversene far carico di questo.

Un provvedimento che nasce da un caso avvenuto a Lecce, ma che costituisce un utile precedente per riformare quanto fino a ieri accadeva in Italia: e cioè che se l’imputato non riesce a reperire con i suoi mezzi un Ente convenzionato è costretto a espiare pena: a tornare in carcere quindi, oppure ai domiciliari.

Protagonista della vicenda un uomo di Trepuzzi fermato nel 2010 alla guida in stato di ebrezza e con un elevato tasso alcolemico, condannato in primo grado ad un anno di arresto e 5.500 euro di ammenda. In secondo grado la Corte di Appello concede la sanzione sostitutiva del lavoro di pubblica utilità per 1 anno e 20 giorni. Il ragazzo si presenta al Comune di Surbo per effettuare il lavoro di pubblica utilità.

Dopo aver preso contatti, dovendo ritornare per sottoscrivere il programma, si sente dire dal comune che nel frattempo la convenzione non è più attiva e lui quindi non può più lavorare. Il Servizio Socio Assistenziale del Comune di Surbo comunica alla Procura Generale presso la Corte di Appello che il giovane non ha effettuato i lavori di pubblica attività.

Questa chiede la revoca e il giovane viene arrestato. L’avvocato Spalluto è riuscito a dimostrare però che non tocca al suo assistito trovare un altro Ente convenzionato, ma all’autorità giudiziaria. Gli atti cioè vanno restituiti al Tribunale competente perché esegua la misura con le modalità di legge, reperendo a suo onere e cura un Ente convenzionato.

Nei motivi presentati il legale evidenza sarcasticamente con un paragone popolare: “sarebbe come costringere un ferito a trovare un Pronto soccorso con posto letto che possa assisterlo e curarlo in ipotesi di grave infortunio che impone la degenza ospedaliera”. La Corte accogliendo le richieste ha dichiarato la nullità del provvedimento con il quale rispediva l’imputato agli arresti rimandando gli atti al Tribunale affinché individui un altro Ente che possa offrirgli l’opportunità di lavorare.