di Angiola Petronio

Corriere Veneto, 21 ottobre 2018

“Non è vero che oggi si commettono più reati. Oggi c’è solo più comunicazione, più sensazionalismo. Si dà notizia di un detenuto che evade dal permesso premio, o che fa una rapina durante la semilibertà, ma non si parla mai di quei tantissimi che rigano dritto, che tentano realmente di cambiare”.

Fra Beppe disse queste parole dieci anni fa. Le ha ripetute l’altra sera. Perché il tempo che passa non sempre è sinonimo di cambiamento, nei pregiudizi. Era con altre cinquanta persone in carcere a Montorio. Perché non poteva che essere tra quei muri di contenimento ed espiazione intrisi di una umanità caleidoscopica, che “La Fraternità” festeggiasse i suoi cinquant’anni.

Quell’associazione che ha come mantra “Liberi per liberare” e che Fra Beppe ha fatto nascere mezzo secolo fa su suggerimento di alcuni ergastolani di Porto Azzurro “per il sostegno morale ai detenuti e alle loro famiglie, per accompagnare i percorsi di recupero e riparazione, per sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sul significato della pena e sui problemi del carcere”.

E l’altra sera i volontari de La Fraternità in galera ci sono entrati per ricordare quei cinquant’anni. C’era il vescovo, che li ha benedetti. C’era un imam tunisino e il portavoce della comunità islamica di Verona Mohamed Guerfi. C’era il cappellano di Montorio, frate Angelo. C’era il direttore del centro pastorale migranti, don Giuseppe Mirandola.

Perché “La Fraternità”, che nel nome ricalca l’insegnamento di San Francesco, è di ispirazione cattolica. Ma in cinquant’anni, a furia di entrare da quelle porte che ti si chiudono alle spalle, ha imparato ad aprire. Alle altre fedi, agli uomini e alle donne senza giudicarli, ma accompagnandoli nel percorso dettato per loro dalle legge.

In undici di quei reclusi l’altra sera hanno preparato la cena per i volontari de La Fraternità. Sono i detenuti che frequentano la sezione di Montorio della scuola alberghiera Berti. Si è cenato nella sala “ricreativa”, quella che ha le pareti dipinte a metà e che funge da “palestra” con pochi tapis roulant e qualche panca.

Hanno spignattato al piano superiore, quegli undici aspiranti cuochi. E a tavola i piatti li portavano i ragazzi che

il Berti lo frequentano nella sede del Chievo. Sono un esempio di quelli di cui “non si parla mai”, quegli undici. “I volontari della Fraternità sono qualcosa di più di un appoggio – hanno raccontato dopo la cena. È una realtà sulla quale non solo noi ma anche le n

ostre famiglie possiamo contare. Magari non li frequenti per un po’, ma sai che ci sono sempre. È come fanno i migliori amici”.

Fanno di tutto e di più, i volontari de La Fraternità in carcere a Montorio. Dal centro d’ascolto ai colloqui di primo ingresso, dall’aiuto nella ricerca di un lavoro agli incontri di sostegno per i familiari, tengono una corrispondenza epistolare con detenuti in tutta Italia, producono libri. La loro sede è a San Bernardino, il convento di Fra Beppe. Tra di loro ci sono persone che fanno i volontari da più di quarant’anni, come il presidente Roberto Sandrini.

E ci sono detenuti che una volta espiata la pena hanno deciso di aiutare chi non ha ancora finito il cammino. La storia della Fraternità, i suoi cinquant’anni, sono anche una mostra aperta oggi e poi da giovedì a domenica nel chiostro di San Berardino in cui si raccontano, con foto e pannelli i tantissimi atti “disarmanti e controcorrente” dei volontari. Quelli che hanno capito come “gli uomini malvagi esistono, ma i disperati esistono in numero maggiore. E sono loro ad affollare le nostre galere”.

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