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di Giovanni Bianconi

Corriere della Sera, 30 agosto 2018

Il racconto fin di vita della morte di un cittadino tossicodipendente accusato di spaccio, che doveva essere processato ed eventualmente condannato, non ucciso.

Il rumore metallico di celle e chiavistelli che si aprono e chiudono, come dei passi perduti lungo interminabili corridoi, accompagnano tutto il film e rappresentano il sigillo delle istituzioni sulla morte di Stefano Cucchi. Un delitto di Stato, perché avvenuto ai danni di un cittadino che allo Stato e alle sue strutture era affidato: tre stazioni dei carabinieri, le camere di sicurezza del tribunale, un carcere, un ospedale, il reparto detentivo di un Policlinico. Fatti di sbarre, serrature blindate e lunghi corridoi, per l’appunto.

Lì dentro lo Stato ha ridotto in fin di vita e lasciato morire un tossicodipendente accusato di spaccio, che doveva essere processato ed eventualmente condannato; non ucciso, come invece è successo. Per questo la vicenda di Stefano Cucchi è diventata un caso, e adesso una sceneggiatura tratta dagli atti dell’inchiesta giudiziaria, oltre che dalla testimonianza di una famiglia decisa a non archiviare la storia nell’ordinaria amministrazione di prigioni che producono morti (172 solo in quel 2009).

Se ancora oggi se ne parla è perché prima i genitori e la sorella di Stefano, e poi due indagini della magistratura hanno svelato l’incredibile via crucis dove alle percosse si sono aggiunte le regole assurde di una burocrazia impermeabile ai diritti (per esempio il colloquio di un detenuto con il suo avvocato) e invalicabile per un padre e una madre che hanno potuto vedere il figlio solo dopo una settimana di inutili pellegrinaggi. Quando ormai era un cadavere.

Un percorso interpretato da attori che con grande somiglianza con i veri protagonisti (nei caratteri, prima ancora che nelle fattezze) percorrono ogni tappa dell’ultima, assurda settimana di vita di Stefano Cucchi. Compresa la sua ritrosia a raccontare le botte prese, nella convinzione che accusare uomini in divisa avrebbe determinato conseguenze peggiori; o l’incomunicabilità con una famiglia da cui forse temeva ramanzine prima che aiuto e protezione.

Mancano alcuni dettagli che nel processo-bis tuttora in corso a carico di cinque carabinieri accusati di omicidio preterintenzionale, falso e calunnia (dopo il primo contro agenti penitenziari e medici, tutti assolti) sono fatti accertati: ad esempio la cancellazione dall’apposito registro delle tracce del fotosegnalamento, durante il quale potrebbe essere avvenuto il pestaggio.

I giudici diranno se quello e altri elementi raccolti nell’indagine giudiziaria sono anche prove di colpevolezza. Nel frattempo sono diventate un film-denuncia importante, grazie alla tenacia della famiglia Cucchi e a un pezzo di Stato capace di mandare alla sbarra un altro pezzo di Stato per la morte di un cittadino italiano. Quando accade è il sintomo che nelle istituzioni qualcosa non funziona; ma anche un segno di speranza che davanti all’ingiustizia vale la pena non arrendersi.

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