Da un’articolo di  Matteo Indice sul giornale “La Stampa” di oggi

I dati sulla crescita fuori controllo dei detenuti e le multe europee dimostrano che le celle andranno presto svuotate, dopo la sbornia da promesse elettorali, si fa il conto con la realtà.

La verità rischia di rivelarsi indigesta, per chi sull’annuncio d’una svolta securitaria ha consolidato il proprio indice di gradimento: l’Italia, a causa d’un sovraffollamento carcerario che cresce a ritmi incontenibili e senza la possibilità di costruire nuovi istituti a breve, potrebbe essere obbligata in tempi stretti a mettere i criminali «fuori», anziché «dentro». L’ultimo segnale della bomba innescata s’è materializzato sabato 14 luglio da Poggioreale (Napoli), 2.200 detenuti su una capienza di 1.659: in 40 hanno inscenato una sollevazione rifiutando di rientrare nelle proprie celle, appiccando un incendio e placandosi dopo l’intervento degli agenti. La notizia è passata inosservata e forse non è solo un caso di distrazione mediatica, poiché il tema da offrire all’opinione pubblica sarebbe assai più strutturato. Dice infatti il contratto siglato da Lega e Movimento Cinque Stelle: «Per garantire la certezza della pena è essenziale riformare i provvedimenti emanati nella legislatura precedente, tesi solo a conseguire effetti deflattivi, a totale discapito della sicurezza della collettività». Si prevede l’inasprimento delle condanne per furti e violenze sessuali e «la valorizzazione del lavoro nei penitenziari quale principale sistema di recupero».

Il messaggio è netto: galera diffusa e condanne più severe, drastico abbattimento delle misure alternative che in base all’ultima riforma varata dal governo Gentiloni, bisognosa d’una ratifica della nuova maggioranza entro inizio agosto altrimenti affonderà, dovevano lievitare. Ma il tandem Salvini-Di Maio e il premier Conte possono davvero imprimere quest’accelerazione, imbottendo le prigioni con altre migliaia di persone?

 

La contraddizione

A giudicare dai numeri pare impossibile e però tutti si tengono alla larga dall’argomento. Anche perché nel frattempo le denunce dei reati d’allarme sociale – omicidi, furti, rapine – continuano a calare, ma di sicurezza si dibatte senza sosta e le cronache contribuiscono: sabato un bimbo ferito nell’agguato a un boss di Reggio Calabria, in una giornata che ha contato tre omicidi in Italia legati alla criminalità organizzata; venerdì i casi del pedofilo ucciso a Benevento in permesso premio dopo che dieci anni prima aveva violentato una ragazzina, del romeno che ha stuprato una cameriera cinese a Piacenza evaso dai domiciliari e del benzinaio ferito dai ladri a Busto Arsizio. Per circoscrivere l’emergenza vanno squadernati un po’ di dati e pronunciamenti europei. L’Italia, aggiornamento al 30 giugno, ha 58.719 reclusi su 51.600 disponibilità, e il 33% sono stranieri. Ma è la velocità dell’escalation a impressionare: dal 2015 al 2016 la popolazione carceraria è aumentata di 1.908 unità, nell’anno successivo (2016/2017) di 2.847. Dopo è andata pure peggio, e la proiezione tagliata sul 2018 indica un inquietante +4.000. Il trend è destinato a deflagrare poiché dal 2019 diverranno esecutive centinaia di condanne per droga, secondo un nuovo intreccio di norme che allargherà la platea di chi è escluso dagli affidamenti in prova. Risultato: in meno di tre anni è certo si sfonderà quota 70.000, punto di non ritorno.

Proprio l’Italia, dopo l’indulto varato nel 2006 che abbassò l’asticella da 59.000 a 39.000, dichiarò l’«emergenza nazionale» nel 2010, presenti nelle carceri da Nord a Sud 67.961 persone. È vero che da allora la capienza, con vari magheggi, è salita di circa 4.000 posti, ma al massimo nel 2020 saremo punto e a capo. Altra bordata: nel 2013 la Corte europea dei diritti dell’uomo ci ha condannato a pagare per il poco spazio vitale lasciato a chi sta dietro alle sbarre, e altri verdetti analoghi sono seguiti. L’Europa ci impone insomma di diminuire il sovraffollamento a colpi di multe. E dopo una serie di provvedimenti tampone, comprese le creative «porte girevoli» che estendono le ore di condivisione gonfiando i metri quadrati a tavolino, il centrosinistra con Andrea Orlando ministro della Giustizia aveva partorito ai tempi supplementari la sua riforma dell’ordinamento penitenziario, con tre capisaldi. Si prevedevano l’innalzamento della soglia di pena per accedere alle misure alternative (da 3 a 4 anni), più possibilità di ottenere sconti e benefici per chi s’è macchiato di reati gravi, decisioni sempre subordinate al via libera d’un magistrato. I decreti delegati hanno ricevuto ad aprile l’ok dal consiglio dei ministri a trazione Pd, quand’era ancora in sella dopo le elezioni; ma per diventare realtà necessitano di un ultimo via libera dalle commissioni parlamentari, nel frattempo rinnovate all’insegna della maggioranza giallo-verde.

 

I blitz di Beppe Grillo

Il primo a capire che le promesse d’incarcerare a destra e a manca rischiano di schiantarsi contro la realtà è stato Beppe Grillo. E con un post a sorpresa venerdì 13 luglio ha scritto il contrario del contratto: «Le carceri sono inutili e dannose, vanno azzerate, dobbiamo realizzare nuove misure alternative più umane». Il Guardasigilli Alfonso Bonafede, grillino, intervistato da La Stampa nello stesso giorno ha definito il garante M5S un «libero pensatore», focalizzando temi più generali: «Il principio di certezza della pena è sacrosanto, da bilanciare con il recupero. Vogliamo carceri e percorsi rieducativi migliori, serve un investimento nel welfare, ma intanto dobbiamo dare risposte rapide». Il suo predecessore dem Orlando dissente: «Si dovrebbe fare di necessità virtù. Partendo dagli studi che indicano la recidiva più bassa per chi ha espiato in un regime aperto (sul punto ci sono letture sovente discordanti, ndr), con più misure alternative uniremmo un principio di civiltà all’urgenza. Solo in Italia prevale chi sconta la condanna in cella (negli altri sistemi principali il dato è ribaltato, vedi tabella, ndr). Accentuando la valutazione del tribunale di sorveglianza, si selezionerebbero le uscite. Promettendo più severità ci si troverà invece con l’acqua alla gola e la necessità di varare svuotacarceri dozzinali: quelli sì, pericolosi». Per capire meglio che fine farà la riforma si possono pesare le parole di Mattia Crucioli, vicepresidente M5S della commissione Giustizia al Senato, che nei giorni scorsi insieme ai colleghi della Camera ha già detto no su alcuni punti e il cui pronunciamento finale sarà decisivo: «La certezza della pena detentiva resta per noi fondamentale. Celle piene e tempi stretti? Problemi reali, ma da subito si può recuperare agibilità in immobili dismessi».

 

Le vittime beffate

Dalla politica ai tecnici, le reciproche distanze restano. Basta rievocare il pensiero che Sebastiano Ardita, procuratore aggiunto a Catania, rilanciò in audizione al Senato: «Si rischia in teoria di favorire pure chi è collegato alla mafia, aumenterebbero i contenziosi e non si tiene conto delle necessità di giustizia delle vittime». Stroncatura piena. Alessandro Vaccaro, nel direttivo dell’Organismo congressuale forense ovvero la cerniera romana tra avvocatura e politica: «Le pene alternative sono comunque pene, non un regalo. Pensare o promettere d’inserire altre persone in massa dentro le celle è una bufala. E lo Stato rischia di doversi arrendere fra due anni, con provvedimenti generalizzati di clemenza». Gaetano Brusa, giudice di sorveglianza a Milano e poi a Genova: «Non siamo buonisti, vagliamo caso per caso. I soldi si potrebbero investire per verificare che chi è ammesso a soluzioni esterne sia seguito davvero».

 

“Rimpatriare gli stranieri”

Roberto Martinelli, segretario generale aggiunto del Sappe, sindacato autonomo di polizia penitenziaria, profila un’opzione differente: «L’unica strada è far scontare la condanna agli stranieri nel loro Paese (soluzione spesso caldeggiata da Lega e M5S, ndr). Servirebbero accordi bilaterali almeno con Tunisia, Marocco, Romania e Albania, che li accetterebbero solo in cambio di finanziamenti. Difficile pensarla come un’exit strategy rapida, ma occorre lavorarci». Le aggressioni annuali al personale sono raddoppiate dal 2010 al 2017 (da 294 a 587), come gli scontri fra detenuti (da 1.521 a 3.164). Gli agenti sono oggi 33.000 a fronte d’una base minima sulla carta di 40.000. E uno di loro di recente è rimasto ostaggio per tre ore ad Ariano Irpino (Avellino), dov’erano finiti sotto organico perché decine di colleghi, pur di beneficiare dei due mesi d’aspettativa retribuita, s’erano candidati alle elezioni comunali. Dai penitenziari, tanto sono invivibili, provano a tenersi alla larga il più possibile persino i poliziotti. E svuotarli in qualche modo, giunti a questo punto, è una strada obbligata. Solo che nessuno ha il coraggio di dirlo.

 

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