La Stampa 19 febbraio 2018

Ecco il piano-per-alleggerire-le-carceri

Ottomila detenuti oltre la capienza, sprint per approvare la riforma prima dell’insediamento del nuovo governo
Più misure alternative e tutele sanitarie: “Atto di civiltà”. Le associazioni delle vittime protestano. Queste le novità

Il premier Paolo Gentiloni ha annunciato che entro la fine della legislatura sarà approvata la riforma dell’ordinamento penitenziario voluta dal ministro della Giustizia, Andrea Orlando.

Un passaggio quasi epocale, poiché è previsto l’allargamento della platea di chi può ottenere benefici anche se condannato per reati gravi, mentre saranno aumentate le tutele sanitarie in carcere.

L’insorgenza di «gravi problemi psichici» durante la detenzione è equiparata a quella d’importanti menomazioni fisiche, con possibilità di sospendere la pena dietro le sbarre.

E per le donne con figli piccoli si apriranno più strade per l’esecuzione alternativa della condanna. L’obiettivo è coniugare diritti umani, diminuzione dei detenuti e dei tassi di recidiva, spesso più elevati fra chi ha affrontato un percorso soltanto punitivo. Il 31 gennaio erano presenti nelle 190 prigioni per adulti del Paese 58.087 persone, a fronte d’una capienza di poco superiore a 50 mila, e il trend non cala con regolarità.

Va inoltre ricordato che l’Italia nel 2010 aveva dichiarato lo stato d’emergenza per il sovraffollamento (si rasentavano le 70 mila presenze), nel 2013 è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per le condizioni delle celle (980 suicidi dal 2000) e nel novembre 2017

l’Onu ha chiesto delucidazioni sulla durezza del regime 41 bis applicato a mafiosi e terroristi. I decreti attuativi sono in agenda per il consiglio dei ministri di giovedì, quando si dovrà decidere se recepire le osservazioni delle commissioni giustizia di Camera e Senato.

La seconda ha chiesto modifiche restrittive, accogliendo le forti perplessità di alcuni magistrati antimafia. Molto critiche le associazioni delle vittime, mentre le Camere penali (avvocati) guidano il gruppo di chi definisce il testo «un atto di civiltà».

 

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