Fakes news è un’espressione in inglese entrata nell’uso sempre più frequente in questo periodo. Vuol dire “notizie false“, anzi peggio: notizie falsificate apposta per imbrogliare. Ci sono sempre state, naturalmente. La differenza è il loro straordinario potere di diffusione con i mezzi di oggi. E quindi la loro produzione “industriale” e programmata da parte dei portatori di determinati interessi.

Prendiamo per esempio quella che viene chiamata “l’industria della paura“. In Italia la commissione di reati ha un trend pluriennale di leggera discesa, e non ha comunque cifre superiori a quelle degli altri Paesi europei. Eppure sui nostri mezzi di comunicazione ne appaiono almeno il doppio che negli altri Paesi. E’ vero che ci sono reati non denunciati, magari per sfiducia. Ma è certo che nei casi più gravi, di omicidi o lesioni come di rapine, la denuncia non può non esserci, e sono tutti in calo.

Per i dati esatti, che smentiscono le fakes news e il loro smisurato accumularsi e di conseguenza la “percezione” di insopportabile insicurezza, pericolo, paura, si veda l’articolo di Claudio Cerasa:

6-4-17 – Il Foglio: “Contro il mercato della paura. Indagine su una grande balla italiana”

Tra questi luoghi comuni, tanto ripetuti e diffusi ma non meno falsi, c’è la diceria che in casa propria non ci si può difendere, che la legge tutela l’aggressore e non la vittima. Che non sia vero ce lo spiega esaurientemente questo articolo di Giuliano Pisapia:

4-4-17 – La Repubblica: “Legittima difesa dalla demagogia”

Sull’onda delle notizie false, si è scatenata in questi giorni la discussione se sia preferibile armarsi per reagire sparando comunque a chi penetra nella nostra proprietà (casa, negozio, ma anche fabbrica, campi…), cambiando quindi la legge che pone dei limiti, o invece cercare di organizzarsi al meglio dentro il quadro di legittima difesa previsto dalla legge in vigore.

E’ evidente che, malgrado il trend in diminuzione dei reati, se in una zona si verificano, per esempio, furti o rapine nelle case, gli abitanti intorno hanno sacrosanta ragione di avere preoccupazione e paura. Cercheranno di prevenire e di difendersi, ma è altrettanto evidente che non esistono rimedi sicuri.

C’è chi si arma e vorrebbe la licenza di sparare. Se si fa in internet una ricerca di immagini con la frase “pistola sul comodino”, le innumerevoli foto di pistole appaiono mescolate ad innumerevoli facce del sindaco di Verona, a gloria della nostra città e ricordo di sue dichiarazioni.

Il giornale “L’Arena” ha dedicato un’intera pagina all’argomento di attualità, con interessanti interviste:

5-4-17 – L’Arena: “Legittima difesa”

Ci sembra che vadano tenuti fermi alcuni punti. Il primo è il valore della vita, di qualunque vita umana, che non può mai essere sacrificata in nome del possesso di beni o in nome di sentimenti come la rabbia e la vendetta. La vita della vittima, in primo luogo. Un episodio di cronaca recentissima: se il negoziante di Budrio non avesse reagito cercando di disarmare l’aggressore, sarebbe certo stato derubato ma probabilmente sarebbe ancora vivo. E poi, se spostiamo o togliamo i confini della legittima difesa, con quale criterio impediremo al contadino di difendere il grappolo d’uva a fucilate per uccidere il ragazzino ladruncolo di passaggio?

Oltre la legittima difesa, l’esercizio della violenza è prerogativa degli apparati dello Stato. Facciamo in modo che siano potenziati, che possano intervenire efficacemente. Predisponiamo sistemi di allarme. Non sono una garanzia, ma non lo è nemmeno la violenza privata contro persone che probabilmente ne hanno più familiarità ed esperienza. E non ci sono solo gli esempi facili del malandrino che penetra in casa di notte, ci saranno in pratica infinite zone grigie sui confini, gli orari, le intenzioni, le beghe di vicinato. Cosa rischiano di diventare se ammettiamo il fai da te e togliamo alla legge e quindi al giudice il compito di valutare i comportamenti secondo il criterio di proporzionalità?

 

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