Nelle carceri italiane circa il 40% delle persone detenute sono affette da disturbi mentali. I dati purtroppo non sono precisi dal momento che è molto difficile condurre delle ricerche epidemiologiche di questo tipo. Aldilà delle statistiche, il disagio mentale è sempre stato presente all’interno degli istituti penitenziari e le cause sono molteplici. Da un lato le persone che entrano in contatto con il sistema penale possono soffrire già in partenza di un qualche disturbo psichiatrico, che può contribuire o meno al reato. Dall’altro il carcere può portare la persona a sviluppare un disagio psichico, in particolare se già in partenza presentava una sua vulnerabilità. Negli istituti penitenziari, infatti, come in tutte le istituzioni totali, vengono a crearsi fenomeni di “depersonalizzazione” che possono favorire la nascita di disturbi mentali.

Il personale penitenziario si trova perciò a far fronte a persone con notevoli fragilità non solo sociali, ma soprattutto psicologiche. Le persone recluse possono mettere in atto comportamenti altamente manipolatori, come l’autolesionismo, o compiere gesti estremi come togliersi la vita. Il lavoro a carico del personale penitenziario è altamente complesso e spesso coincide con altri fattori negativi come la mancanza di risorse o l’impreparazione nel saper affrontare queste situazioni. Per queste ragioni è nata la necessità di organizzare un corso specifico per gli Agenti di Polizia Penitenziaria del carcere di Montorio che affrontasse queste tematiche. Questa formazione dal titolo “La salute mentale negli istituti penitenziari – Come riconoscere il disagio? Come affrontarlo?” è stata organizzata dalla Garante dei Diritti dei Detenuti del carcere di Verona, Margherita Forestan, e ha visto, inoltre, la partecipazione dell’Associazione La Fraternità e del Dott. Lucarini, Psichiatra forense, che per molti anni ha collaborato con il carcere di Montorio.

Come si evince dal titolo, si sono trattati diversi temi legati alla salute mentale cercando di descrivere quali potessero essere le patologie psichiatriche maggiormente presenti tra i detenuti e quali tecniche fossero più utili per affrontare le situazioni più critiche.

Parlare di malattia mentale non è mai semplice, coinvolge la storia dell’uomo e ciascuno di noi risvegliando anche aspetti di vita personale. Queste due giornate, tuttavia, si sono rivelate estremamente importanti perché hanno portato alla luce dinamiche e difficoltà del lavoro quotidiano, ma hanno anche permesso di fermarsi e confrontarsi cercando di elaborare in gruppo le migliori strategie. Gli elementi più importanti emersi sono stati la necessità di comprendere quali stati d’animo possano risvegliare determinate situazioni per essere più consapevoli del proprio operato e cercare di trovare, all’interno della propria vita, alcuni “fattori protettivi” che possano in qualche modo rendere meno faticoso il lavoro quotidiano.

Nella seconda parte della mattinata, infine, è stato dato lo spazio all’avvocato Bergamini, dell’Osservatorio carcere dell’Unione delle Camere penali, che ha illustrato e affrontato aspetti più giuridici come le Rems e le misure di sicurezza.

Queste due giornate, sicuramente, non hanno potuto fornire la soluzione a tutti i problemi anche perché spesso questi problemi non hanno una soluzione. Tuttavia è stato posto l’accento su una tematica di cui poche volte si parla, ma che ha un impatto molto forte sul lavoro degli organismi penitenziari. È stato, perciò, importante approcciarsi, almeno inizialmente, al tema della salute mentale auspicando che possa esserci un seguito e che questa problematica venga presa maggiormente in considerazione e affrontata.

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