Cosa può avere in comune il carcere di Montorio con il negozio Cordovano, che dal 1976 è diventato per i veronesi il punto di riferimento nella vendita e commercio di pelletteria di lusso? Tutto ha inizio un anno e mezzo fa, quando l’imprenditore Mario Gastaldin, proprietario del negozio, su consiglio di un amico, entra in contatto con il carcere di Montorio. Doveva fare dei gadget per Vinitaly e cercava una cooperativa per contenere le spese. L’occasione gli arriva proprio dal carcere di Montorio dove, all’interno della sezione femminile, intravede una possibilità interessante: aprire un laboratorio di pelletteria, nel quale poter insegnare, previa opportuna formazione, alle detenute a lavorare le pelli.

L’idea di collaborare con il carcere sembra da subito stimolante, e Mario Gastaldin percepisce, entrando in contatto con questo mondo, il bisogno delle detenute di fare qualcosa per colmare quel vuoto che le lunghe giornate dominate dall’ozio forzato e dalla noia portano con sé. Il progetto diventa sempre più chiaro e prende forma anche dal confronto con un progetto simile nel carcere di Padova: “Perché non fare quello che è stato fatto nel carcere di Padova con la pasticceria, i cui prodotti sono molto apprezzati e richiesti in Italia e all’estero, ma soprattutto contribuiscono alla rinascita delle persone che a fine pena possono riaffrontare la società con la necessaria serenità nella speranza di un futuro migliore?”.

I presupposti sono buoni, ma l’impresa non è semplice: bisogna procurare le macchine e le attrezzature basilari per la produzione di oggetti in pelle, è necessario coinvolgere alcuni artigiani esperti che possano insegnare e trasferire le loro competenze in materia, bisogna selezionare le persone disposte a lanciarsi in questa nuova sfida. Eppure in breve, dopo qualche mese di analisi di fattibilità con la direzione del carcere, viene allestito all’interno del carcere un laboratorio di 60 metri quadri, e da subito le detenute che si son rese disponibili vengono formate per realizzare accessori di pelletteria con pelli pregiate e finiture artigianali puntando sul made in Italy, sul lavoro di qualità. Lavoro che richiede dedizione e impegno. Una sfida non semplice per detenute che si affacciano per la prima volta a questo lavoro, alla complessità delle tecniche della lavorazione di pelli. Eppure la sfida viene colta, e i risultati sono visibili già in breve tempo. Iniziano ad uscire dal carcere, finemente lavorati, prodotti di alta qualità come portachiavi, gadget, portadocumenti, borse a mano. Così, con una semplicità che non sembrava possibile, due mondi tanto differenti iniziano ad avvicinarsi, si confrontano e nasce la cooperativa Progetto Riscatto, con la creazione di una nuova linea di prodotti.

Le detenute hanno così l’opportunità, non solo di dare un senso alla loro pena, di allentare quella sensazione pesante di ozio forzato, ma, una volta uscite, hanno la possibilità di affrontare con più strumenti a disposizione il reinserimento nella società, anche con una possibile prospettiva di lavoro, forti di un mestiere imparato. Ad un anno di distanza dalla nascita della cooperativa, si può ammirare, nella vetrina dello storico negozio, in Piazzetta Scala 2, in uno spazio apposito a loro dedicato, la nuova collezione di accessori in pelle che arriva direttamente dal carcere di Montorio, composta da borse, portachiavi, con il marchio che la identifica: “Riscatto”.

Due donne ex detenute hanno contribuito alla nascita del progetto, insieme all’imprenditore Gastaldin, ed ora ne sono socie. Una, Giorgia, lavora quotidianamente all’interno del laboratorio del negozio, l’altra, Franca, attualmente è in giro per l’Italia a cercare occasioni di lavoro per il Progetto Riscatto, poiché un’altra sfida di questa giovane cooperativa è quella di farsi conoscere, di promuovere i prodotti e il nuovo marchio, per averne un riscontro economico.

Un’opportunità per farsi un po’ di pubblicità è arrivata venerdì 20 novembre, in Piazzetta Scala, dove i progetti Oltre il forno e Riscatto presentavano i prodotti artigianali di pasticceria e pelletteria che arrivano dal carcere di Montorio. In quell’occasione è stato possibile prenotare il panettone natalizio di Oltre il forno e chi lo ha acquistato ha ricevuto un gadget della pelletteria Riscatto. Si è rivelata una bella opportunità per collaborare anche tra realtà simili, e per far conoscere quanto di buono possa offrire il carcere, nell’ottica di abbattere i pregiudizi e di promuovere il lavoro all’interno del carcere, come opportunità di rieducazione e come, appunto, riscatto sociale.

La storia di Giorgia è l’esempio lampante di come imparare un mestiere, impiegare il proprio tempo in qualcosa di utile, aiuti ad affrontare meglio l’uscita dal carcere, con più strumenti a disposizione, e argini quella paura di naufragare una volta fuori dalle mura.

Giorgia è seduta nel laboratorio che si trova all’interno del negozio, tra cinture e borse accatastate su un lungo tavolo, pronte per essere rifinite e lavorate. Con semplicità racconta la sua storia. Una storia di Riscatto. Quando è stato allestito il laboratorio in carcere, lei era ai domiciliari, ma ne è venuta a conoscenza. Da sempre appassionata al lavoro manuale, ha deciso di voler imparare questo mestiere. Una volta terminata la sua pena, ha iniziato a lavorare nel laboratorio all’interno del negozio ed è diventata socia della cooperativa. Racconta che all’inizio non è stato facile imparare a tagliare e cucire la pelle, anche perché è richiesta precisione, professionalità e c’è bisogno di una costante formazione. Ora è già passato un anno da quando ha iniziato a lavorare in questo laboratorio, e si sta specializzando sempre di più, affrontando quotidianamente nuove sfide.

“I più complessi da lavorare sono i portafogli e le borse” spiega, mentre i portachiavi son un po’ più semplici. E dire solo “portachiavi” è riduttivo: ce ne sono a cravatta, a quadrifoglio, a rombo, a goccia. Forme geometriche talmente numerose che son quasi sconosciute, come erano abbastanza sconosciuti i concetti di “qualità dei materiali”, “raffinatezza di finiture”, “design”, prima di entrare in questo mondo. “Apprendere le tecniche” spiega Giorgia “richiede costanza, dedizione e soprattutto passione, che aumenta sempre più imparando il mestiere”. Perfezionandosi sempre di più, sotto la guida di un artigiano esperto, ora inizia a fare anche alcuni lavori per il negozio, non solo per il marchio “Riscatto”. Sono piccoli lavori, per lo più su cinture di pelle, ma, passo dopo passo, diventa sempre più chiaro che questo mestiere, scoperto un po’ per caso, la appassiona e si sente portata. Soprattutto si sente parte di un progetto, parte di una sfida, parte di una cooperativa che ha creduto in lei, nelle sue potenzialità e le ha dato fiducia. Lavora all’interno del laboratorio due ore al giorno, dalle 10 alle 12. E’ un inizio, che però le ha permesso di dare una direzione diversa alla sua vita.

E’ una bella storia da raccontare, è un bel progetto da supportare. Non è da molto che è stato avviato, ma già permette a qualche detenuta, o ha permesso ad ex detenute come Giorgia, di non sentirsi totalmente smarrite davanti alla fatidica domanda: “cosa farai quando esci?” e di avere, almeno, un’altra, o altre, possibili risposte.