Il 5 novembre scorso, la sera dopo cena (h.20.30 – 22.00), si è svolto nell’aula magna del Seminario maggiore di Verona il terzo incontro del ciclo curato da don Antonio Scattolini “Quando l’arte racconta la vita – errare”. Questo incontro, avendo come argomento il carcere e i detenuti, è stato particolarmente interessante per noi soci della Fraternità.
Nella prima parte sono stati presentati due dipinti: La ronda dei carcerati di Van Gogh (1890) e San Rocco in carcere di Tintoretto (1567-68). Qui di seguito una breve sintesi della presentazione.

Van Gogh, La ronda dei carceratiNel primo quadro (olio su tela, cm.80 x 64) il cammino circolare, ripetitivo, lento dei detenuti sembra un errare senza meta, un eterno ritorno che ruota su stesso; gli altissimi muri della prigione comunicano il senso della reclusione, delimitando uno spazio chiuso e soffocante, dai limiti invalicabili. Il prigioniero dai capelli fulvi in primo piano, l’unico senza berretto e con le braccia penzoloni, guarda verso di noi con uno sguardo che ci interroga. Alcuni critici vi hanno riconosciuto un autoritratto del pittore; la tela rispecchierebbe quindi la desolazione interiore, il senso di abbandono di Van Gogh che si trovava allora internato in un ospedale psichiatrico e che pochi mesi dopo si suicidò. Piccolo particolare significativo: sul muro di fondo, a sinistra, due farfalline bianche (non visibili nell’immagine qui riportata) volano verso l’alto, esprimendo l’anelito alla libertà.
Tintoretto, San Rocco in carcere

Il quadro del Tintoretto a differenza del primo dipinto, è di grandi dimensioni: cm. 670 x 300. San Rocco morente viene visitato in prigione da un angelo celeste, i cui bagliori di luce rischiarano il tetro carcere e i numerosi detenuti che vi si trovano. Luminosa come l’angelo è la donna vestita di bianco, probabilmente una personificazione della Carità, che si china a confortare i prigionieri. Come in tutte le opere di questo pittore, la luce non ha valore realistico ma fortemente simbolico.

 

Nella seconda parte dell’incontro il nostro socio Silvio Valdes, dopo aver elencato le diverse attività della Fraternità sia dentro il carcere che fuori, ha portato la sua testimonianza in quanto volontario dell’associazione.

All’inizio ha distinto l’interessamento puramente civile per il mondo carcerario da quello connotato anche in senso cristiano, sostenendo il valore di entrambi. Dal punto di vista civile è necessario interrogarsi sul significato della pena, sull’utilità o meno del carcere in vista di un percorso formativo che richieda ed anche permetta effettivamente al condannato di riparare, per quanto possibile, al danno compiuto.

Silvio si è però poi soffermato sulle motivazioni più prettamente cristiane che avvicinano al mondo della reclusione. Ecco alcuni punti della sua riflessione.

• Innanzi tutto, se ci capita di chiederci, con elucubrazioni mentali astratte -come succedeva a lui da giovane ma come forse è successo a molti di noi- dov’è Dio, allora possiamo risponderci col Vangelo di Matteo (Mt 25, 36) che Dio è lì, è in carcere: se voglio trovarlo, lì lo trovo. In chiesa non si va per dare qualcosa al Signore, ma per ricaricarci attraverso il culto e l’Eucaristia; in carcere possiamo noi fare qualcosa per Lui, per gratitudine, per restituire l’amore ricevuto.

• Quando si comincia a lavorare con i detenuti, ci si accorge che la relazione con loro cambia anche noi: non è un dare a senso unico. Anche il volontario riceve, e riceve molto. In questo senso il dipinto di Tintoretto andrebbe “corretto”: non è vero che la luce emani solo da chi viene dal di fuori (l’angelo e la Carità); la luce viene sì dall’alto, dallo Spirito Santo, ma poi si riversa su tutti e circola in tutti; tutti possono illuminare gli altri con la luce dello Spirito che accolgono: chi è dentro e chi viene da fuori.

• Bisogna distinguere tra il reato commesso e la persona. Parecchi pensano che i colpevoli di reati molto gravi andrebbero chiusi in carcere per sempre, buttando la chiave della cella. È una mentalità sbagliata. Bisogna mettere a fuoco le potenzialità di ognuno e dare a tutti una opportunità, potenziando la parte positiva propria di ognuno. Anche persone che hanno commesso crimini ripugnanti -gli “infami”, secondo il linguaggio carcerario- hanno talvolta una ricchezza umana insospettata. Questo ci porta a comprendere quanto sia non solo inutile e sbagliato, ma anche dannoso giudicare. Non sta a noi giudicare la persona, non abbiamo elementi che ci permettano di comprendere il suo mistero.

• Non è vero che nel mondo del carcere non ci sia la vita: c’è vita e c’è speranza che circola.

• Infine: serve il lavoro del volontariato? Possiamo ricordare che secondo la tradizione San Pacomio (IV secolo d. C.), fondatore del monachesimo cenobitico, si convertì in carcere per la durevole impressione suscitata in lui da un gruppo di cristiani, che gli avrebbero portato cibo e generi di conforto durante la detenzione. Non si può misurare. Non dobbiamo però avere un delirio di onnipotenza; il volontariato non risolve i problemi. Si getta un seme che può produrre qualcosa, quando e come non si sa, ma può anche non succedere nulla. È come una carezza. Serve una carezza?

Leggi integralmente le relazioni presentate a commento dei due quadri.