E’ la domanda ricorrente e inquietante che la maggior parte delle persone scarcerate o in vista della scarcerazione ci rivolgono; ed è quindi anche il titolo del convegno che il 7 giugno all’Università di Verona ha concluso la ricerca affidata dalla Fraternità al Dipartimento Te.S.I.S. e in particolare ai sociologhi del lavoro Giorgio Gosetti, per la direzione scientifica, e Beatrice Gusmano. Argomento della ricerca è stato: “Occupazione, lavoro e carcere. Il profilo della rete di accesso al lavoro per le persone ex detenute”. Ricerca e convegno hanno aperto un impegno di collaborazione tra i soggetti che, a diverso titolo, possono incidere sull’organizzazione del mercato del lavoro e sui percorsi d’inserimento delle persone durante e dopo il carcere.

Dopo aver ascoltato tante sfaccettature del problema e tanti punti di vista, si potrebbe tornare alla prima spinta di tutta l’iniziativa, al bisogno da cui è nata, alla domanda di (prendiamone uno a caso) quell’ultraquarantenne, con la barba di alcuni giorni e un’esalazione di vino, uscito dal carcere, a pena scontata, da qualche settimana, cliente della mensa e ospitato provvisoriamente all’asilo comunale, inseparabile dal suo zainetto contenente tutte le sue cose, equivalenti a quello che noi fatichiamo a stipare in cento metri quadrati di casa.

Racconta che sta cercando di tenersi alla larga dai vecchi compari, che saprebbe fare di tutto (cioè non è qualificato in niente), che si è presentato alle agenzie, alle imprese, alle cooperative, agli esercizi commerciali: nessuna possibilità, nessuna speranza. Sopravvive perché c’è la mensa dei frati. Chiede un lavoro qualsiasi, a qualunque condizione, e piuttosto che sprecare tutti i suoi giorni farebbe anche volontariato, dove da qualche incontro chissà che non nasca un’offerta. E comunque darebbe ancora un po’ di senso e dignità alla sua vita.

E’ difficile perfino trovare da far volontariato. Ma quanto si può reggere senza lavoro, senza sussidi, assolutamente senza soldi? Quanto prima di rivolgersi alle amicizie di una volta e di rassegnarsi all’idea di qualche lavoretto illegale ma redditizio? E a ritrovarsi in carcere?

Siamo più sicuri perché dopo il reato c’è la pena o lo saremmo di più evitando il reato?

Dai primi interventi accademici, di Elda Baggio che ha presieduto il convegno, del rettore Nicola Sartor, del direttore di dipartimento Gian Paolo Romagnani, di Giorgio Gosetti, è arrivato un convinto riconoscimento alla scelta della Fraternità di destinare il contributo ricevuto non al sostegno di singoli casi, che avrebbe solo spostato in avanti i problemi, ma alla costruzione di uno strumento conoscitivo e operativo che dovrebbe modificare i termini stessi di questi problemi, aprendo percorsi verso il lavoro. A sua volta l’Università si è sentita riconosciuta, oltre la ricerca e la didattica, nel suo essere servizio al territorio circostante. Il rettore ha dato un segno di particolare attenzione restando e ascoltando tutta la mattinata.

Gosetti ha insistito sul fatto che comunque il lavoro offerto dev’essere “decente”. L’ovvio consenso  a questa affermazione deve tener conto della complessità. Da una parte è in gioco quasi la sopravvivenza della persona che non ha niente, dall’altra i versanti della dignità, che chiede di “fare qualcosa” ma non è indifferente al modo come lo fa. La retribuzione è una soglia assoluta della decenza, o va ponderata col sistema di relazioni alle quali il lavoro potrebbe introdurre e con le prospettive di cambiamento?  E quindi anche la durata è un fattore di decenza?

Non diciamo niente sul cuore del convegno, la relazione di Beatrice Gusmano che condensa in una trentina di diapositive e in meno di un’ora di esposizione il suo anno di lavoro. Appena ne avremo la disponibilità e l’autorizzazione pubblicheremo il più possibile. L’impressione è di una miniera di informazioni, di valutazioni, di aperture verso nuove idee operative, che bisognerà tenere sempre presenti ed eventualmente sviluppare.

Tra tutte, a memoria, la citazione di una frase che accosta il numero di persone assistite, disoccupate, detenute, obbligate a non far niente, con l’incuria delle strade, del verde, del patrimonio naturale e artistico per mancanza di risorse. Possibile che non si riesca ad incrociare questi mondi così manifestamente complementari?

Chiara Ghetti, direttrice triveneta degli Uffici per l’esecuzione penale esterna, disegna proprio il ritratto del nostro visitatore al centro d’ascolto: povero di risorse personali, povero nella rete di relazioni, povero nella capacità di affrontare ogni nuova difficoltà della vita. Aiutarlo avrebbe certo un costo; ma quanto costa, socialmente, lasciarlo alla deriva?

Gli Uepe, come il volontariato, possono dare garanzie non tanto sul comportamento quanto sul proprio sostegno alla persona nel rapporto con l’impresa disposta a dare lavoro.

E qui si entra in un tema tra i più dibattuti. Dice Franco Zanardi, rappresentante di Confindustria, che l’impresa è sensibile solo al calcolo economico. Interessa la proposta della direttrice di Montorio, Maria Grazia Bregoli: venite a “delocalizzare” in carcere, trovate spazi e lavoratori. Il confronto, precisa Zanardi, non va fatto con le condizioni dell’estremo oriente ma con quelle dell’est europeo, dove la manodopera ha capacità almeno pari a quelle degli italiani. I detenuti devono essere pagati secondo contratto, ma offrono forse più assiduità e impegno.

La discussione rischia di spostarsi sul lavoro in carcere, mentre la ricerca e il convegno prendevano in esame quello che avviene dopo l’espiazione, quando vengono a mancare anche le sicurezze carcerarie del mantenimento e dell’assenza di alternative e quindi di possibilità di scelta; solo dopo emerge come un incubo la responsabilità verso se stessi ed eventualmente la famiglia, il tempo vuoto, i bisogni di sopravvivenza e di senso.

La legge cosiddetta  Smuraglia dà vantaggi fiscali a chi assume persone detenute o scarcerate. Ma sono significativi? Sono sufficienti a compensare il malumore degli altri dipendenti, di quello che dice “io ho un figlio disoccupato; devo mandarlo a rubare perché poi gli diano un posto?”. La garante dei diritti dei detenuti Margherita Forestan racconta dei tanti infruttuosi tentativi di coinvolgimento del mondo imprenditoriale. Sarebbe più facile, sostiene Zanardi, inserire l’ex detenuto in aziende di piccolo artigianato.

Verrebbe da chiedere dove sta la responsabilità sociale dell’impresa, se conta il solo calcolo economico. Eppure si conoscono rilevanti iniziative di aiuto sociale. Operare per la sicurezza dei cittadini, investire anche per ridurre la commissione di reati, darebbe dell’impresa un’immagine apprezzata, se non bastasse l’inserimento coerente in un sistema di valori che spesso si dice di perseguire. Chiara Ghetti propone anzi di attribuire una specie di marchio, un visibile riconoscimento alle imprese attente anche al benessere pubblico.

Nel pomeriggio, alla ripresa, il presidente della Fraternità Francesco Sollazzo espone più ampiamente la proposta di organizzarsi in rete tra tutti i soggetti interessati e coinvolti nell’inserimento lavorativo degli ex detenuti.

Orazio Zenorini, presidente di Lavoro e Società, solleva subito il problema che non sarebbe configurabile una rete rivolta solo ad una componente dell’area complessiva della disoccupazione, che nel suo insieme incontra difficoltà simili. D’altra parte la disoccupazione è un mare in cui le nostre competenze specifiche sulla pena si perderebbero. L’osservazione ha quasi l’apparenza di una rinuncia.

La discussione si accende su un equivoco numerico. Tra i detenuti prossimi alla scarcerazione, dedotti gli stranieri senza permesso di soggiorno e i tossicodipendenti che dovrebbero essere in carico ai servizi terapeutici, non resterebbero più di 15-20 persone da inserire. Basterebbero borse-lavoro, per una cifra relativamente modesta e sopportabile da una Fondazione, perché altrettanti artigiani possano disporre di un aiuto senza costi.

In realtà il numero di 15-20 è calcolato sulla fotografia di un momento, dimenticando la rotazione di nuovi ingressi, nuove condanne, nuovi fine pena, che moltiplica le richieste di aiuto su base annua. Inoltre con la borsa-lavoro restiamo nell’ambito e nei tempi brevi dell’assistenza, che sposta in avanti il problema senza risolverlo strutturalmente con inserimenti a pieno titolo.

Che potrebbero essere facilitati nel settore agricolo, azzarda l’ormai ex consigliere provinciale Lorenzo Dalai, per una minor resistenza culturale di quell’ambiente nei riguardi di chi proviene da mondi diversi. Dalai spiega anche che nei prossimi mesi, nel regime provvisorio commissariale, le Province dovranno limitarsi all’ordinaria amministrazione e non potranno assumere l’impegno di essere anelli di una nuova rete.

L’intervento più costruttivo viene da Emiliano Galati, sindacalista Cisl. Ritiene di poter coinvolgere qualche agenzia di lavoro somministrato. Ricorda le esperienze positive dei lavori di pubblica utilità che, per quanto precari, aprono possibilità di formazione e relazione; ci si potrà rivolgere ad alcuni nuovi sindaci della provincia, sicuramente sensibili. Il sindacato, e Galati personalmente, sarebbero disponibili ad intervenire in carcere come sportello di orientamento e con incontri sui diritti e la cultura del lavoro.

Confagricoltura, nell’impossibilità di essere presente, ha incaricato Gosetti di riferire alcune considerazioni. Si conferma che nel settore agricolo c’è un minor grado di pregiudizi. Si richiederebbero figure, già esperte in materie penali ed educative, di supporto alle imprese accoglienti. Ed un osservatorio per il monitoraggio delle esperienze.

Donata Gottardi, direttore del dipartimento di Scienze giuridiche, rilancia la possibilità di costruire una rete specificamente mirata ad una sola componente della disoccupazione, come sono le persone scarcerate. Badando bene che l’aiuto ad alcuni non sia al prezzo di portar via il posto ad altri.

Si può iniziare anche con piccoli numeri nella costruzione di un modello di percorso che può via via estendersi e nel quale l’Università può continuare ad essere parte, a pieno titolo, come laboratorio e strumento di diffusione culturale.

La nuova rete in divenire sarà convocata nelle prossime settimane, per non lasciar defluire le buone intenzioni che la ricerca ha suscitato.

Il primo compito sarà l’organizzazione di un osservatorio nel quale possono confluire, dalle diverse associazioni di categoria, le informazioni e le previsioni sull’andamento del mercato del lavoro e le mansioni richieste. Si potrà poi, tramite le stesse rappresentanze, diffondere la conoscenza della normativa in vigore o di prossima approvazione sui vantaggi fiscali alle aziende che assumono personale durante o entro due anni dopo la pena. Accompagnata da qualche considerazione sulla responsabilità sociale, anche d’impresa, nella prevenzione dei reati.

Ci sarà poi da progettare, in accordo con la Direzione del carcere di Montorio, gli interventi nella sezione dei cosiddetti dimittendi: attività di sostegno educativo per  riconsiderare valori e scelte di vita nella legalità; formazione nella cultura del lavoro in senso complessivo, dai diritti alle competenze di base alla cura di sé; e infine formazione professionale specifica nelle mansioni che l’osservatorio avrà individuato come possibile nuova occupazione.

Si dovrà facilitare il rapporto tra impresa e carcere, per la valutazione della convenienza a “delocalizzare” all’interno, per l’organizzazione di corsi professionali mirati, per la conoscenza diretta e i colloqui di selezione dei possibili nuovi assunti.

Si dovranno poi identificare figure tutoriali e associazioni di supporto e tramite tra azienda e lavoratori provenienti dal carcere.

Sarà assolutamente necessario il raccordo o forse addirittura l’integrazione con il progetto Esodo, la più importante esperienza in corso di presa in carico di persone detenute e scarcerate, compreso il sostegno alle famiglie e l’inserimento abitativo e lavorativo.

Si può infine raccogliere un’ampia documentazione di convenzioni ed esperienze degli Enti locali sull’assegnazione di lavori di utilità sociale a detenuti, scarcerati o più generalmente a persone assistite. E presentarla ai Comuni della nostra provincia, ragionando insieme su come sarebbe possibile trasformare quella moltitudine costosa e inattiva in una risorsa disponibile, volano di sviluppo e di benessere collettivo.

Chissà che anche allo sconfortato visitatore del nostro centro d’ascolto non si apra, uscendo, una porta di speranza e dignità.

Vedi una sintesi del Rapporto di ricerca

Vedi il comunicato stampa del Convegno

Vedi il manifesto con il programma dettagliato

Vedi anche il volantino fronte/retro

e il manifesto di richiamo

8-6-14 – L’Arena: “Nasce una rete per trovare lavoro dopo il carcere”

8-6-14 – Corriere Veneto: “Trovare lavoro dopo il carcere? ‘Servono garanzie per chi assume'”

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