Perché il Comune di Verona, la Garante dei diritti dei detenuti e l’Asav (Associazione scaligera assistenza vittime di reato) hanno aperto uno sportello di ascolto e sostegno di chi ha subito un reato?

Il convegno “Per una nuova giustizia possibile – Un progetto per la città”, tenuto il 14 febbraio a Palazzo Montanari, sede della facoltà di Giurisprudenza, in un’aula insolitamente affollata di studenti e di altre persone interessate, ha dato ampie informazioni e risposte in proposito, in continuità ideale, anche se mai ricordata, col convegno di dicembre alla Gran Guardia, organizzato dalla Fraternità durante Tramurales. Non a caso si è trattato, per qualità e concatenazione delle relazioni, di due tra i convegni meglio riusciti a Verona.

L’idea di una giustizia che ripara, ha introdotto Francesca Zanuso, dell’Università di Verona, non è fiducia buonista che tra Caino e Abele scoppi improvvisa la pace, ma si propone l’umanizzazione della sanzione e l’efficacia nel promuovere la responsabilità.

La concezione retributiva, ancora prevalente, vede il reo come estraneo alla società. La concezione riparativa lo vede invece in un rapporto, per quanto lacerato, mai interrotto e che può essere ricostruito, con effetto di riduzione anche dell’allarme sociale, che rende vittima dell’offesa la società intera.

Non è una pensata dei nostri giorni. Nell’antica Grecia il rito davanti al tribunale degli Eliasti prevedeva che, dopo una prima fase di accertamento della colpevolezza, in una seconda fase il colpevole, accettando la condanna, potesse proporre come pena alternativa una riparazione più adeguata alla soddisfazione e riconciliazione con la città.

Ed Eschilo racconta come Giove consentisse alle Furie, divinità della vendetta, di trasformarsi in Eumenidi, benefiche dispensatrici di armonia.

Anche lo scudo di Achille, descritto da Omero nel XVIII libro dell’Iliade, ci racconta che i giudici, terzi rispetto alla contesa, non stanno sopra ma attorno alle parti in conflitto, e ancora intorno sta partecipe la comunità.

Lo ricorda Federico Reggio, dell’Università di Padova, intendendo la giustizia non solo come applicazione di norme, ma soprattutto come un farsi carico delle ferite e dei bisogni, considerando la vittima, l’offensore e la comunità termini non slegati tra loro nella risposta al reato.

Racconta poi le prime esperienze canadesi, quando ancora negli anni ’70 un giudice mandò i responsabili del reato a chiedere alle vittime cosa avrebbero potuto fare per riparare ai danni provocati, ed accogliendo la risposta trasformandola nella pena inflitta.

Negli anni ’90 comincia a proporsi il modello di Cerchio che riunisce esponenti a vario titolo coinvolti, per tener conto delle esigenze diverse.

Lorenza Omarchi, Magistrato di sorveglianza, cita la norma sull’affidamento in prova al Servizio sociale che prescrive, come condizione per ottenere la misura, l’adoperarsi a favore della vittima, o con una diretta riparazione economica o, se questo non è possibile, facendo dell’altro in favore della vittima stessa, o della categoria o della collettività, con attività socialmente utili.

Viene chiesto quindi al condannato di contattare la vittima [e questa, diciamo noi, è una prassi discutibilissima, opposta a quanto invece avviene nel processo ai minori, nel quale l’iniziativa spetta agli uffici giudiziari].

Secondo Angela Venezia, del Prap Triveneto, l’Amministrazione penitenziaria non è in grado di svolgere da sola il compito rieducativo, e infatti la legge chiama la collettività esterna ad assumere la responsabilità di entrare e partecipare alle attività trattamentali che dovrebbero far emergere le risorse personali del detenuto.

Il carcere non deve giudicare ma offrire opportunità, non trattare i detenuti da minorati, già con parole come “fai la domandina”, “scopino”, ma da persone, adoperando anche le parole della vita normale.

Dobbiamo essere convinti che le risorse non dobbiamo infonderle ma ci sono già. Si dovrebbe arrivare che fosse lo stesso detenuto a voler riparare.

I politici non dovrebbero pensare al mondo della pena come marginalità ma come risorsa.

Chiara Ghetti, direttrice di vari Uepe del Triveneto, rileva la contraddizione tra le affermazioni di voler ridurre la detenzione per incrementare le misure esterne e l’opposta realtà dei finanziamenti che ai servizi che si occupano delle misure alternative, riguardanti il 30% dei condannati, assegnano il 3% del bilancio dell’Amministrazione penitenziaria, con un personale già scarso e in progressiva diminuzione negli ultimi anni.

Si pensa che solo le forze dell’ordine offrano sicurezza, non gli operatori sociali.

I condannati non vanno visti come oggetti d’intervento ma come protagonisti della loro storia; non considerati per il reato ormai giudicato ma per quanto di buono possono fare. La pena è anche un’opportunità di nuove relazioni.

La Giudice di pace Edi Maria Neri spiega il funzionamento del suo ufficio, al quale la vittima può accedere direttamente. Il giudice è anche mediatore, non ha potere di condannare al carcere ma uno scopo riconciliativo, volto più alla riparazione del danno che alla punizione dell’autore.

La sanzione tipica è pecuniaria. La riparazione è causa estintiva e non solo attenuante.

Laura Donati, Magistrato, si occupa delle convenzioni per lavori di pubblica utilità, sanzione sostitutiva per reati come la guida in stato di ebbrezza. E’ il condannato stesso che deve chiederla, dopo aver contattato l’Ente disposto ad accoglierlo. La sospensione condizionale è subordinata all’adempimento dell’attività riparativa. Il condannato è affiancato da un coordinatore, che redige una relazione finale.

Attualmente diversi Comuni del veronese offrono 56 posti, mentre le associazioni di volontariato, anche attraverso una convenzione con la Federazione del volontariato, offrono 64 posti.

Solo in ambito minorile è previsto un percorso di incontro e mediazione tra vittima e autore del reato. Lo descrive Silvio Masin, dell’Ufficio di mediazione minorile del Don Calabria. Dev’essere però lo stesso sistema giustizia ad informare la vittima di questa opportunità, che viene accolta nel 90% dei casi. A differenza di quanto avviene presso il Giudice di pace, il mediatore non può essere il giudice, ma una figura terza.

Il ragazzo non riceve una predica, ma partecipa ad un incontro tra volti, tra vissuti, non tra oggetti e norme. E’ la vittima, a conclusione, a chiedere non soldi ma gesti che possono farla sentire riparata. E ringrazia questo sistema giustizia.

Per esempio, per una tabaccheria rapinata, la richiesta è stata che i ragazzi facessero le pulizie per tre mesi.

L’Asav, racconta la sua Presidente Annalisa Rebonato, è nata nel 2008 ed ha aperto un centro d’ascolto nel 2010, nel vuoto normativo di tutela delle vittime di reato generico (mentre esistono associazioni che si occupano di reati specifici).

Obbiettivo è il contenimento degli effetti primari e secondari (solitudine, abbandono, frustrazione) dell’aver subito un reato.

Ora lo sportello presso il Comune di Verona offre i servizi di ascolto e di presa in carico. Non l’assistenza legale e psicologica, ma l’eventuale invio a chi di competenza.

Si danno informazioni sull’iter processuale, sulla possibilità di risarcimento, sul sistema giustizia, sul ricorso alla Corte europea. E orientamento alla rete territoriale: delle forze dell’ordine, della magistratura, delle associazioni, dei servizi.

23-2-14 – Verona fedele: “Se la pena al colpevole è in favore della vittima”

 

 

 

 

 

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