Il 9 maggio sono entrati in carcere i responsabili delle parrocchie del centro di Verona, coordinati da Don Ezio Falavegna. L’incontro è stato proposto dal Gruppo Cappellania del carcere di Montorio e promosso dall’associazione Ripresa Responsabile, che cura i gruppi di “Spiritualità e ricerca” in terza ed in quarta sezione. Segue la lettera che volontari e detenuti hanno scritto dopo l’incontro.

 

Abbiamo accolto con gioia il numeroso gruppo di preti cattolici veronesi, responsabili delle parrocchie del centro città che, accogliendo la proposta dei cappellani don Maurizio e Fra Beppe, il 9 Maggio ha visitato il carcere di Montorio, incontrando un gruppo ancora più numero di persone detenute nelle Sezioni 4° e 5°.

     Se le motivazioni di questo incontro nascevano dal desiderio di conoscere, in maniera pur semplice e informale ma diretta le persone e le complesse problematiche che abitano i luoghi della pena, prendiamo atto con gratitudine della buona riuscita. Le persone detenute  presenti hanno potuto esporre con rispetto ma anche grande franchezza e libertà, almeno alcuni degli aspetti che rendono una carcerazione ai limiti dell’umana sopportabilità, e persino di quanto previsto dalle leggi. I problemi sono tanti, troppi, a cominciare dalla questione dei Diritti e della dignità che non può essere disponibile. Sappiamo bene che la situazione economica e politica del nostro Paese impone sempre nuove limitazioni dal punto di vista delle risorse ma, dovremmo anche poter affrontare aspetti riguardanti le Strutture, i Servizi, il cibo… la quotidianità insomma, fatta di bisogni primari.  Ci sembra d’aver vissuto l’esperienza d’un incontro meno superficiale rispetto a quanto talvolta capita di fronte a certi visitatori, spesso più o meno sconosciuti che attraversano frettolosamente gli spazi del carcere. Ci siamo sentiti ascoltati cosa che fa ben sperare in un inizio di dialogo non occasionale. Sappiamo come stia crescendo nelle comunità cristiane veronesi una nuova sensibilità verso i temi della giustizia, una sensibilità che si manifesta attraverso gesti concreti di accoglienza.

     Sarebbe interessante poterci confrontare sul tema d’una responsabilità e fiducia reciproca in grado di superare i troppi pregiudizi che ostacolano una comunicazione profonda, accorciando finalmente le distanze tra carcere e comunità cristiane. Questo permetterebbe sia pure in maniera graduale di ritrovare cammini condivisi… di sentirvi accanto a noi liberi da quel timore d’essere accusati di “giustificare” eventuali nostre condotte devianti, quanto piuttosto testimoni d’una reale possibilità di cambiamento e rinascita, che a tutti deve essere riconosciuta… settanta volte sette! La testimonianza offerta dalle parrocchie potrebbe sicuramente contribuire alla diffusione d’una nuova mentalità sui temi della Giustizia e dell’esecuzione penale, permettendo al carcere di insegnare alla citta quello che la città non ha saputo insegnare ai carcerati.

     Abbiamo avuto la gratificante impressione d’aver trovato in voi un ascolto attivo, disponibile a lasciarsi coinvolgere dalle necessità, attese, speranze di questo nostro gruppo umano troppo spesso dimenticato, anche dalla gerarchia e comunità ecclesiali, abbandonato ad una deriva paradossale  se pensiamo che, essendo stato  riconosciuto bisognoso di ri-socializzazione viene separato dalla società in strutture e con modalità disumanizzanti. E’ che il carcere, può talvolta insegnare come alla fine ci si trovi sempre di dover fare i conti con la propria storia, colpe e responsabilità ma ci chiediamo che senso ha questa nuova consapevolezza se non vengono offerte vere alternative esistenziali. Dovremmo a questo punto poter parlare a lungo della rieducazione o trattamento, termini ampollosi usati da operatori che, pur con tutte le loro buone ragioni spesso non abbiamo  nemmeno il piacere di conoscere. Si tratterebbe di quella “cura” prevista dalla Costituzione per una revisione critica dei nostri vissuti, ma anche per un sostegno ai fini di poter ritrovare progettualità effettivamente sostenibile.  Dopo una carcerazione protrattasi per un certo periodo, bene o male una persona anche per conto proprio, o con l’aiuto di un compagno detenuto, un prete, un volontario inizia un cammino di conversione, sappiamo bene come riconoscere i propri errori sia necessario ma,  solo chi vive nella presunzione di non aver sbagliato mai può pensare che sia un lavoro facile, indolore.

     Conosciamo l’ipocrisia di certi teatrini di pentimento (per ottenere benefici) ma siamo anche consapevoli che la libertà potremmo trovarla in fondo ad un percorso di verità, da intendersi come capacità di riconoscere e attraversare i lati oscuri del proprio essere… Ribadiamo, non è facile, specialmente se bisogna affrontare da soli questa immane fatica.  L’aiuto che chiediamo parte dalla convinzione che, se non risolveremo i problemi che ci hanno condotti in carcere, usciremo certamente a fine pena come prevede la legge ma forse, non come persone “liberate!”

     Vorremmo chiedere più attenzione alle famiglie, alle nostre donne, ai figli “recisi” dalla carcerazione, bisognosi spesso più di noi di prossimità, di  sostegno. Dovrebbero essere  facilitate  le possibilità di incontrarci, per non correre il rischio di pregiudicare definitivamente la relazione. La questione delle famiglie per quel che si può fare, non dovrebbe finire nei calderoni di certo assistenzialismo. Le relazioni affettive sono centrali per sostenere un’esistenza degna di questo nome, per non caricare la pena a cui siamo sottoposti da sensi di colpa devastanti. Pensiamo al rapporto con i figli al reciproco bisogno di mantenerlo “aperto” per non smarrirci del tutto. Condividiamo, talvolta per esperienza personale l’idea di quanti sostengono che un padre, per quanto disgraziato, indegno, è sempre meglio averlo che non averlo per nulla. Rispetto a questo i permessi premio previsti dall’Ordinamento penitenziario sono strumenti fondamentali in un percorso di rieducazione.  All’esterno non si conosce come sarebbe opportuno, gli effetti  che può scatenare una detenzione. Non si perde solo la libertà personale, vengono anzitutto messe a rischio le relazioni socialiil lavoro, e quello che “fuori” di buono abbiamo costruito, perché ci sarebbe anche quello. C’è quello che siamo nella attuale condizione, con danni molto seri sulla percezione di se stessi, ma anche quello che vorremmo e potevamo essere, quello che siamo stati nei momenti belli della nostra vita…chi non ne ha avuti? Anche noi siamo uomini (e donne) con  sogni, progetti ma molte volte, per come viene attuata la carcerazione si vanifica tutto, alla faccia delle dichiarazioni solenni sulla difesa della dignità e dei Diritti della persona.  E noi chi siamo…? In questi luoghi viviamo giorno per giorno il pericolo di dimenticarlo se qualcuno, con empatia, senza giudicare non si siede accanto a noi per ascoltarci, per aiutarci a riflettere, capire…

     Si parla tanto di sovraffollamento e di “misure alternative” ma non si sa cosa concretamente possa significare vivere quattro adulti  in celle sempre chiuse di pochi metri, venti ore al giorno, spesso con compagni di cultura e lingua diversa, stranieri che rappresentano un’ampia maggioranza in questo Istituto. Sappiamo che in noi sembrerebbero prevalere comportamenti personalistici, manipolatori, attitudine a lamentarsi ma non si sa che, anche questo purtroppo  fa parte della vita carceraria che, a sua volta agisce su di noi manipolazioni e “mutazioni” attraverso la limitazione della libertà, la caduta di autostima, la perdita di vari Diritti che può portare a percepirsi rei e vittime ad un tempo. Questa è una questione tanto rilevante quanto poco conosciuta perché in genere si preferiscono discorsi di tipo culturale, morale, spirituale (astratto?) ignorando l’effetto che può produrre su una persona la perdita di orizzonti (campo visivo); le docce fatiscenti o la muffa sui muri; il cibo scadente, talvolta scarso; dover sempre tacere per non essere penalizzati; piangere di nascosto quando si avrebbe voglia di gridare!

     I luoghi sono le persone che li abitano e, dove le persone rischiano di vedere compromessa la loro umanità, questi luoghi diventano inabitabili. Il carcere disumanizza, diventa un luogo inabitabile quando si limita a detenere e reprimere, quando non accompagna la persona verso una trasformazione rispetto a modelli che si rivelano nelle conseguenze cause di devianza, quando non realizza la restituzione dell’individuo alla società e della società all’individuo. A proposito di reati, se ne abbiamo commessi ce ne assumiamo la responsabilità, purtroppo il “cambiamento” che il carcere talvolta opera su di noi, più che verso la liberazione rischia di portarci verso la reiterazione confermando quel “modo di dire” che dal carcere è probabile uscirne peggiorati. Non vogliamo certo parlare di correità ma di corresponsabilità si; siamo figli dei nostri genitori ma anche  di una società caratterizzata da enormi ingiustizie, nella quale sembra andarsi sempre più configurando una deriva umana drammatica.  Ad una “società liquida” non serve una “fede liquida”… aiutateci a continuare a camminare e credere che è possibile amare ed essere amati.

     Vi ringraziamo per questa visita, per l’attenzione che ci avete dedicato, aprendo un canale di ascolto perché la parola non muoia. Dove c’è parola la vita si conserva, dove la parola scompare  anche la vita si spegne. Chi parla si apre, entra in comunicazione, chi non trova possibilità di ascoltare nemmeno la propria voce precipita nelle profondità cupe del proprio animo, col rischio di perdersi definitivamente.  Un caro saluto a voi e alle vostre Comunità.

Detenuti e volontari della 4° e 5° Sezione del carcere di Montorio

Per leggere le lettere di alcuni detenuti

     

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