Si è tenuto giovedì 25 ottobre 2012, in un’aula del Convento di San Bernardino, l’incontro dal titolo “Famiglie e associazioni di volontariato: parliamone tra noi”, previsto nel ciclo di appuntamenti della Settimana Tra Mura Les.

L’incontro ha visto la partecipazione di Fra Beppe, fondatore dell’associazione “La Fraternità”, e del presidente della stessa, Francesco Sollazzo; di Maurizio Ruzzenenti e Pino Amendini, rispettivamente delle onlus “Progetto Carcere 663 ”e “La Libellula” e di Giovanni Barin, vicepresidente della Cooperativa Sociale “Comunità dei Giovani”. A moderare la riunione, con interventi essenziali e finalizzati, la formatrice e collaboratrice della Fraternità Silvana Iori. Ognuno ha portato la propria esperienza di volontario e quella dell’associazione che dirige, le battaglie vinte e quelle ancora aperte, offrendo anche spunti di riflessione per nuovi progetti da realizzare solo facendo leva sulla collaborazione solidale tra tutti i partecipanti.

Barin, in particolare, ha spiegato come per accompagnare un percorso di reinserimento sia importante conoscere e far leva su tutta la rete di relazioni significative, anche oltre gli stretti legami familiari.

Ruzzenenti ha toccato senza reticenze il tema difficile degli affetti intimi e della sessualità delle persone recluse; ritiene improponibili le “stanze” in carcere, senza controllo visivo, in uso in molti altri Paesi, mentre invita le associazioni di volontariato a pensare a luoghi d’incontro riservati da mettere a disposizione durante i permessi.

Amenduni ha indicato, con l’esperienza della sua associazione, una modalità d’incontro efficace e gradita alle famiglie, cioè la visita domiciliare.

I veri protagonisti della tavola rotonda, però, sono state le famiglie, i loro disagi, le incomprensioni, i vissuti di sofferenza, ma soprattutto di crescita. Ascoltarne le storie ha significato dare spazio ad un altro aspetto del mondo “carcere”, osservarlo da un ulteriore punto di vista e con gli occhi di una persona che non giudica, ma ri-vive il percorso intrapreso dopo che un proprio caro è stato, oppure è ancora, detenuto in carcere.

“Un fulmine a ciel sereno” ha detto una mamma che, grazie a quest’esperienza, ha saputo rimettersi in gioco, e con lei suo marito, fino ad apprezzare la quotidianità dei piccoli gesti familiari.

Dai giudizi terribili che stampa e cittadinanza danno, spesso con leggerezza, nasce il senso di solitudine devastante che porta all’emarginazione, non solo di chi ha commesso il reato, ma anche della sua famiglia, sottoposta allo stigma di una doppia vittimizzazione: da un lato il proprio caro in carcere, dall’altro la chiusura sociale . Ed è proprio la famiglia che ha bisogno di supporto per far sì che diventi invece il ponte “sano” attraverso cui un figlio, un padre, una moglie, un marito che sta scontando una pena, possa riacquistare la propria dignità e rimettersi in carreggiata in maniera pulita.

La riflessione più importante che è emersa da questo confronto sta nel vedere prima, e nel fare esperienza poi, dell’altra faccia della medaglia: vivere l’errore come opportunità. Attraverso il sostegno, soprattutto del volontariato e di altre famiglie coinvolte nel mutuo aiuto, si può trovare la capacità di rimettersi in discussione, cercando e a volte trovando l’equilibrio che era mancato in precedenza, contribuendo forse alla commissione dei reati.

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