Nella sala Morone del Convento di San Bernerdino si è tenuta martedì 23 ottobre una conferenza dedicata alla mediazione penale: “Un’altra idea di giustizia: responsabilità, riparazione, uno sguardo alle vittime”

Sono intervenuti Silvio Masin, coordinatore del servizio di mediazione in ambito minorile di Veneto e Sicilia, e Emma Benedetti, vicepresidente dell’Associazione Scaligera Assistenza alle Vittime di reato.

Silvio Masin racconta dei suoi primi passi della mediazione penale, avvenuti grazie ad un progetto di collaborazione tra l’Istituto Don Calabria ed il Tribunale di Venezia, nato nel 2002. Lavorare con i minori autori di reato e con le loro vittime significa aiutare una relazione delicata: la vittima non è obbligata ad intraprendere un percorso di mediazione, il ragazzo non è necessariamente pronto ad una presa di coscienza. La cosa che colpisce maggiormente, nei primi incontri tra vittima e ragazzo, è il fatto che non sappiano guardarsi negli occhi.

La vittima non ha nessun interesse a rivolgersi ad un mediatore, ha solo voglia di parlare, di raccontare, di essere presa in considerazione. La maggior parte delle vittime che si offrono ad iniziare un percorso di mediazione sono persone socialmente ben integrate, ricche di sensibilità e di desiderio di confronto. In tutte le vittime c’è della rabbia ed è loro diritto sfogarla, darle voce e trovare delle risposte. E’ un diritto che viene negato da una visione privatistica del reato: il reato è quella cosa che “non deve uscire da questa porta”. Il sistema italiano, in particolare le estremizzate misure di sicurezza sulla tutela della privacy, fa in modo di consolidare una cultura soggettivistica, iperpersonalizzata dei fatti dolorosi legati alla giustizia, che diventano nella coscienza collettiva motiva di vergogna non solo per il reo ed i suoi familiari, ma anche per la vittima. In Italia, per un’altra idea di giustizia, sono ancora necessari dei passi di apertura.

Nel racconto della sua esperienza di mediatore, Silvio Masin sottolinea due fatti interessanti. Il primo è la comparazione del sistema italiano con quello anglosassone. In Irlanda, per esempio, la mediazione avviene attraverso momenti di conferencing: il programma di mediazione coinvolge quattro figure: la vittima, l’autore di reato, il mediatore ed un soggetto volontario della società civile (un rappresentante del comune, qualcuno dello stesso quartiere particolarmente sensibile, ecc). Questa modalità rappresenta l’esatto opposto dell’italianissimo “quello che è successo non deve uscire da questa porta” e, soprattutto, crea una cultura di responsabilizzazione e di legalità. Il secondo fatto interessante riguarda invece le statistiche regionali. Le vittime che hanno espresso la volontà di intraprendere un percorso di mediazione sono raddoppiate nel momento in cui l’avviso della possibilità di farlo è iniziato ad arrivare dal Tribunale. Da quel momento in poi, infatti, non erano più i mediatori che dovevano disordinatamente cercare un rapporto con le vittime ma sono state le vittime stesse che accoglievano una proposta “istituzionale”. Naturalmente questa è la condizione ideale, favorita dal fatto che gli interessati sono minorenni.

Anche Emma Benedetti inizia raccontando il percorso che l’ha portata ad approfondire il suo interesse per le vittime di reato, fino alla costituzione dell”ASAV. E’ stata giudice onorario del Tribunale di Sorveglianza di Venezia negli anni in cui sono divenute definitive le condanne per gli imputati coinvolti in Tangentopoli. Il loro era un reato contro la collettività e la discussione era sul modo in cui potevano riparare il “danno” che avevano causato. Da qui è partita la sua riflessione sul valore della giustizia, sulla possibilità di rapportarsi in modo attento e problematico con la figura della vittima, così trascurata e poco definita.

Il reato come fatto prevede chi lo commette e chi lo subisce. Chi subisce il reato non viene preso in considerazione dal procedimento penale, se non al processo come testimone. I processi, come ben sappiamo, in Italia hanno tempistiche molto lunghe, che rasentano l’assurdità. Si parla della testimonianza come “vittimizzazione secondaria”: immaginiamo una vittima che si ritrova a dover testimoniare ad un processo mesi (se non anni) dopo il reato, immaginiamo che abbia appena iniziato a rielaborare il dolore, il ricordo, la paura e che si trovi a dover tirare fuori tutto davanti al reo, senza sostegno alcuno.

La questione delle vittime è complessa: molta è la letteratura vittimologica, molti i tentativi di definirne in contorni (la famiglia del reo è da considerarsi vittima? Quando la vittima è la società? Il bene comune?). Le Nazioni Unite dal 1985 hanno tentato una definizione di vittima di reato, rifinita poi meglio da una risoluzione del 2001. L’unica cosa che l’Italia ha concretizzato di questa direttiva è l’istituzione del gratuito patrocinio e legislazioni ad hoc che tutelano vittime di alcuni reati (anche in questo caso però, parlare di tutela significa parlare solo di risarcimento economico). La risoluzione del Consiglio dell’Unione Europea è il modello dell’Associazione Vittime di reato. Due sono, a tal proposito, i parametri che vengono utilizzati per programmare un’azione culturale che avvicini l’opinione pubblica al problema delle vittime e che metta le vittime nella condizione di essere consapevoli della loro identità e della possibilità di avere dei punti di riferimento: l’istituzione e l’istituzionalizzazione di Centri Aiuto Vittime (sono stati fatti alcuni esperimenti in Italia, a Milano, Torino ed in Emilia Romagna); la diffusione della Mediazione Penale e, di conseguenza, di una nuova idea di giustizia.

Emma evidenzia le problematiche più lampanti dell’ “intervento” sulle vittime:

– le vittime vivono un’ambivalenza di fondo: sono scisse tra il bisogno di essere ascoltate e la voglia di dimenticare;

– la vittima viene catapultata in un sistema che non conosce: la giustizia e i suoi percorsi sono una nebulosa in cui trova difficilmente la via giusta. Non sa a chi rivolgersi;

– la vittima non ha un suo spazio nel procedimento penale.

Silvio Masin ed Emma Benedetti hanno risposto poi a varie domande dei volontari presenti e hanno voluto esprimere l’obbiettivo del loro lavoro: che la mediazione, che l’attenzione alla vittima di reato, che l’idea di una giustizia diversa vengano sempre più considerate un’opportunità e smettano di essere argomenti scomodi o poco interessanti.

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