“Signor giudice, qui il tempo scorre piano ma noi che l’adoriamo col tempo ci giochiamo.”

Signor giudice compare per la prima volta nell’album Robinson, come salvarsi la vita (1979), uscito pochi mesi dopo la breve ma intensa e fertile esperienza in carcere di Roberto Vecchioni. Il messaggio del cantautore, a distanza di anni, sembra essere lo stesso: col tempo a disposizione bisogna giocarci. “Dovete non perdere neanche un minuto, è la noia che impedisce la libertà”: questo è quanto dice ai detenuti di Montorio sabato mattina scorso. Parla di libertà ai detenuti della terza sezione e ai detenuti e detenute (per la prima volta assieme) delle sezioni comuni, a persone che la libertà per un errore l’ hanno persa e per averla persa la desiderano. Avrebbe potuto dire moltissime cose, avrebbe potuto parlare della pena, della giustizia o dell’ingiustizia, del reato o del peccato: ha scelto di parlare di libertà, dimensione interiore da educare.

Sono consigli molto pratici e sereni quelli che dà Vecchioni:

“Costruite mondi” attraverso la lettura e la musica, attraverso il cinema, per lenire le ferite e addolcire il tempo, attraverso la parola, “raccontatevi le storie”, “datevi qualcosa che non avete mai avuto il tempo di darvi”. In terza sezione, in cui molti dei detenuti stanno frequentando la scuola, parla di letteratura. Consiglia, per imparare a scrivere bene, di leggere Stendhal, Dostoevkij e Flaubert. Un detenuto, che passa il tempo leggendo l’Iliade, risponde “…e Omero?”. Consiglia di fare, insomma, come l’ornitologo di Alcatraz, che, condannato all’ergastolo, diventa il più grande esperto al mondo di uccelli.

Non perdete mai la fiducia in voi: siamo sempre, noi, più forti delle situazioni che viviamo”. Commossa la reazione dei detenuti, che si sentono trattare da persone.

Questi i messaggi che il cantautore dà: riduttivi incastrati in un articolo di giornale. Un nostro volontario, presente all’evento, commenta: “L’Italia sembrava un Paese civile quella mattina: è stato commovente.”

C’è stato anche del tempo per qualche canzone: grandemente richiesta la sua Chiamami ancora amore, della quale le parole cantate tra le mura del carcere si caricano di un significato nuovo:

 “questa maledetta notte dovrà pur finire, perché la riempiremo noi da qui di musica e di parole (…) difendi questa umanità anche restasse un solo uomo (…) perché noi siamo amore”

Per saperne di più:

un articolo sull’Arena 11/03/2012 

dal Corriere di Verona 11/03/2012 

da Verona Fedele 18/03/2012

dal sito di Roberto Vecchioni

il servizio sul Tg 1 

da Telenuovo

al minuto 09:25 del notiziario regionale di Telepace

Print Friendly, PDF & Email