Si sta svolgendo, organizzato dalla Fraternità col contributo del CSV, un percorso formativo per volontari in ambito penale, intitolato "Così lontani, così vicini", sulla relazione con persone che hanno commesso reati e che vengono percepite come particolarmente "diverse da noi", e che quindi più facilmente suscitano pregiudizi: parliamo di stranieri, di nomadi, di tossicodipendenti, di persone con problemi psichici, di autori di reati sessuali.

Gli incontri, condotti da Anita Cervi e Lucia Di Palma, hanno carattere marcatamente esperienziale e non si prestano ad essere trascritti per riassunto. Ci sembra però che quello sui cosiddetti "sex offender", per l’argomento non molto frequente tra noi e per l’interesse delle considerazioni svolte, meriti di essere divulgato nell’ampia sintesi che ne ha scritto una partecipante, che ringraziamo vivamente. Questo incontro si è svolto a S. Bernardino il 25 novembre u.s.

"La relazione d’aiuto con i “sex offender”, cioè, per essere più espliciti, con i detenuti per reati di carattere sessuale, condannati per molestie e violenza a donne e bambini: questo il delicato tema affrontato dalla dott.ssa Lucia Di Palma venerdì 25 novembre, nel quinto incontro del corso di formazione “Così lontani, così vicini”, rivolto ai volontari della Fraternità. Come sempre, l’analisi parte dal vissuto, dalla reazione di istintivo rifiuto che il volontario può provare nel porsi in rapporto con queste persone, e si allarga poi ad esplorare il problema in tutta la sua complessità.
La riflessione si sviluppa grazie anche ai numerosi interventi dei partecipanti, che la dott. Di Palma commenta con la consueta professionalità, e guida in modo da comporre un coerente itinerario conoscitivo.

I pedofili sono in alcuni casi pazienti psichiatrici, in altri sono nevrotici affetti da disturbi della personalità, provocati da violenze sessuali subite nell’infanzia.
Omosessualità e pedofilia non sono collegate tra loro; è però abbastanza frequente che il bambino che è stato vittima di una violenza diventi a sua volta un violentatore: poiché questa perversa dinamica trova il proprio terreno di coltura soprattutto in comunità tutte maschili, come ad esempio collegi o seminari, non è raro che il pedofilo sia omosessuale.
Se le vittime non parlano con nessuno dell’abuso subito o se, pur parlandone, non vengono credute, o sono trattate in modo irrispettoso e del tutto inadeguato, esse non hanno modo di elaborare il loro trauma e, difendendosi con la strategia della rimozione, finiscono spesso per mascherare la loro eventuale devianza dietro un’apparente normalità. Per questo i detenuti pedofili spesso faticano a prendere coscienza del loro problema e ad ammettere la loro colpevolezza.

Una particolare forma di pedofilia è, oggi, la pedopornografia in Internet, utilizzando la quale non si ha neppure la consapevolezza di fare del male: ai detenuti per questo reato manca spesso la coscienza che, anche se non hanno direttamente molestato o violentato dei bambini, hanno tuttavia usufruito, per soddisfare le loro pulsioni deviate, di una violenza che comunque è stata commessa sui bambini.
Dal momento che questi autori di reati sessuali sono spesso accomunati da un difetto di consapevolezza, che li porta a negare il reato stesso o a gettare la colpa sulla vittima, il volontario può, attraverso domande che prendano spunto dal racconto del loro vissuto, aiutarli a guardarsi dentro, a prendere coscienza della realtà, a riflettere sulle proprie scelte concrete, legate alla vita di tutti i giorni.
In questo modo il volontario farà da specchio al detenuto, rinviandogli l’incongruenza e l’aberrazione dei suoi comportamenti, messa in evidenza dal confronto con la realtà oggettiva delle situazioni.

Una forma di ammissione del reato è infatti fondamentale: senza di essa non è possibile iniziare quel percorso terapeutico di cui i pedofili avrebbero necessità.
Purtroppo in carcere è praticamente impossibile poter usufruire di questo tipo di intervento professionale; d’altra parte, anche dopo essere tornato libero, il pedofilo fatica a intraprendere una terapia psicologica, perché sente di avere già pagato il suo debito, e gli riesce molto difficile tornare a guardarsi dentro.
Il volontario può quindi avere un ruolo prezioso: quello di aiutare il detenuto ad acquisire una nuova percezione di sé, sia della propria ferita profonda sia delle gravi conseguenze che la propria devianza provoca nelle giovani vittime; questa acquisita consapevolezza può essere l’ inizio di un importante cambiamento nella persona.

Parlare di pedofilia porta naturalmente anche a parlare di prevenzione e a riflettere su alcuni aspetti patogeni della nostra società. Un fattore pericoloso è, ad esempio, l’erotizzazione dilagante, dalla pubblicità agli spettacoli alle mode, che ha invaso anche il ‘periodo di latenza’, gli anni dell’infanzia, con un incredibile abbassamento dell’età in cui ci si incontra con le problematiche della sessualità.
Questo fenomeno rappresenta un grave fattore di rischio per bambini e adolescenti, che dovrebbero invece raggiungere la maturità sessuale parallelamente a quella psicologica e affettiva, attraverso un cammino graduale e complesso, da accompagnare con delicatezza e responsabilità; la diffusa erotizzazione contribuisce ad aumentare l’ambiguità dei comportamenti, la confusione e la possibilità di sbandamenti, che possono portare ad esperienze omosessuali tra coetanei e, nei casi peggiori, a cadere vittime dei pedofili.
Il pedofilo infatti è spesso una persona sessualmente repressa e, in una certa percentuale di casi, è un omosessuale che non ha imparato a gestire la propria sessualità: questi individui cercano così la compagnia di bambini o di ragazzi più deboli, di cui non hanno paura e con i quali instaurano ambigui rapporti di empatia.

Le dinamiche che portano a casi di pedofilia sono quindi molto complesse, e spesso costellate dagli errori degli educatori.
E’ dunque importante, per il volontario che si rapporta con i detenuti per reati di pedofilia, coltivare un atteggiamento di ascolto e di rispecchiamento: la ‘salvezza’ è possibile, quando è possibile, se i detenuti si sentono in grado di rileggere con serenità la loro storia, senza essere schiacciati dal pregiudizio.

Il discorso passa poi ai violentatori di donne, argomento particolarmente dibattuto in questo 25 novembre, che è stato dichiarato ”giornata sulla violenza contro le donne”.
Il motivo della violenza va ancora una volta cercato nel vissuto del detenuto: spesso i violentatori sono uomini pieni di paura, sentimento che essi però non riconoscono, e che si trasforma in violenza, spingendoli ad aggredire per non sentirsi aggrediti.
Causa della violenza contro la donna è anche una forma di “sessualizzazione dell’aggressività”: i violentatori possono essere uomini che trasferiscono la loro aggressività, originata spesso da motivi di altra natura, nella sessualità violenta, in base allo stesso processo attivato dai conflitti armati, che diventano bacino di sfogo di violenze compresse.
Alla base della violenza maschile contro la donna c’è anche l’assimilazione di un modello misogino, di un’anticultura che vede la donna come figura debole, soccombente rispetto alla figura maschile che, anzi, rafforza la propria identità sessuale proprio nel disprezzo e nella sopraffazione esercitati sulla donna.

Particolarmente difficile è il caso degli extracomunitari, perché in altre culture è considerato legittimo “prendersi “ una donna, soprattutto se, in base ai loro parametri di giudizio, essa sembra essere disponibile.
Anche gli adolescenti, magari di buona famiglia, possono rendersi colpevoli di violenza sessuale: il gruppo, l’assunzione di alcool e di droghe, possono trasformare gli amici in violentatori, soprattutto quando la disponibilità di denaro li rende più accattivanti agli occhi delle ragazze. Di fronte alle conseguenze del reato, ancora una volta il meccanismo di difesa più comune è la negazione, e lo spostamento sulla donna della responsabilità dell’accaduto.

Prevenire sarebbe possibile, agendo soprattutto attraverso la scuola; troppo spesso però, a scuola, l’educazione sessuale viene identificata con la prevenzione di gravidanze indesiderate o di malattie trasmissibili sessualmente; si dovrebbe invece educare alla consapevolezza dei messaggi che provengono dal corpo, e al rispetto di sé e degli altri.
Il compito del volontario, rispetto ai detenuti per violenza sulla donna, è quello di recuperare questa consapevolezza, di far incontrare il violento con la sua ferita interiore e aiutarlo a ricucire lo strappo tra la maturità fisica e la fragilità psichica e affettiva. Per raggiungere questo obbiettivo, è importante che il volontario focalizzi l’attenzione non sul reato, ma sull’uomo, ponendosi in un atteggiamento di ascolto che aiuta chi si confida a rimeditare poi le cose dette. Fare da “specchio” è sempre la strategia più adatta, sia con i pedofili sia con i violentatori.
Spingere ad un’autoanalisi che porti a verificare la qualità delle relazioni, a rivivere la propria storia per elaborare ferite non rimarginate, a rimettere ordine nel caos interiore: è molto difficile il compito che si assume il volontario, ma vale comunque la pena di costruire una relazione d’aiuto.
Solo attraverso l’esperienza, semplice ma autentica, di una relazione sana, fondata sulla trasparenza e sul rapporto non mistificatorio con la realtà, il detenuto per reati di violenza sessuale può essere aiutato a riflettere su se stesso, a portare alla luce, per elaborarle e superarle, le zone d’ombra della propria personalità."

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