Se la pena, per finalità diverse e opinabili, può consistere nella privazione della libertà, che comporta necessariamente una limitazione in alcuni diritti, come quello agli affetti, in nessun caso questa limitazione dovrebbe estendersi oltre, fino a rappresentare un’ulteriore condanna. E ancora meno la condanna dovrebbe coinvolgere i familiari della persona reclusa.
Di fatto, la vita in carcere interviene, penetra, modifica o massacra le relazioni affettive.

 Il seminario del 10 novembre u.s. in Università (vedi http://www.lafraternita.it/content/view/708/46/) ha cercato di coglierne due aspetti: il trattamento degli autori di reati sessuali e la responsabilità dell’essere genitori detenuti.
Era stato organizzato come luogo d’incontro tra un progetto concluso, quello della Fraternità con il sostegno ai familiari dei detenuti, il gruppo sull’affettività, in terza sezione del carcere di Montorio, e la corrispondenza – e un progetto in avvio del suo quarto anno, quello del corso interdisciplinare sulla pena organizzato dalle facoltà di Scienze della formazione e Giurisprudenza con possibilità di tirocinio nello sportello informativo in carcere.

Aula strapiena di studenti, con posti a sedere fino in corridoio.

Leggi qualche appunto dalle relazioni.

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