I soldi non danno la felicità: banale ma vero, tanto più se sei un detenuto costretto a restare chiuso in una cella di 4 metri quadri per 20 ore al giorno. Certo, qualche soldo in più per riuscire a procurarsi quello che il carcere non dà, in questo periodo ha sicuramente un gran valore, ma ciò che ne ha di più sembra essere come sempre la libertà. Niente vale più di qualche ora d’aria o solo fuori dalla propria cella per le migliaia di detenuti italiani costretti a subire le condizioni disumane del sovraffollamento.

In questa situazione disperata si apre un piccolo spiraglio di speranza per alcuni detenuti del carcere di Montorio grazie al progetto Dusty, promosso dalla garante dei diritti delle persone private della libertà, Margherita Forestan. Il progetto prevede l’inserimento lavorativo di una trentina di detenuti in una serie di attività di manovalanza, altrimenti non effettuate da altro personale.

L’idea nasce dalla necessità di compensare le carenze dovute alla recente riduzione delle ore, da tre ad una soltanto, del personale addetto ai lavori di pulizia del carcere, i cosiddetti “scopini”, ma anche dall’obiettivo di integrare il lavoro già effettuato da questi con altre mansioni altrimenti trascurate.

Obiettivo apparentemente secondario, invece, sarebbe quello di fornire un’occupazione ai detenuti, dando loro la possibilità di riempire le lunghe e monotone giornate con un’attività che li faccia sentire utili per gli altri ma anche per se stessi. Come spiega la garante, infatti, sarebbero motivati al lavoro dal semplice fatto di poter rendere pulito il loro stesso ambiente di vita, contribuendo a rendere più confortevole quel luogo che tanto li opprime.

Il progetto Dusty, però, a differenza degli altri progetti rivolti all’inserimento lavorativo, non prevede una retribuzione, se non un rimborso spese minimo (circa 80 euro). Ed è proprio questa particolarità che dimostra l’efficacia stessa del progetto. Ignari, in un primo momento, di qualunque tipo di compenso, i detenuti hanno accettato entusiasti il lavoro, nonostante comporti anche uno sforzo fisico non indifferente, come rende bene l’idea la garante quando racconta di due detenuti che con un gran sorriso le dicono “siamo tanto stanchi”. Così pulire ringhiere, scale, vetri e tutte quelle aree del carcere di solito dimenticate diventa quasi un divertimento in un luogo dove gli spazi sono ridotti al minimo e i tempi dilatati dalla ripetitività e dalla noia.

Per ora i detenuti effettivamente coinvolti nel progetto sono 24 ma l’intento è quello di aumentare il numero e di proseguire il progetto anche durante l’anno scolastico quando inizieranno anche le altre attività. Quindi quella che sembra un’iniziativa volta a rattoppare i buchi del sistema penitenziario, potrebbe in realtà rivelarsi una nuova opportunità all’interno di un programma di rieducazione del detenuto.

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