La Sala Vele del convento di San Bernardino, lunedì 23 maggio alle 21.00, ha ospitato alcuni dei volontari che, fuori e dentro le mura del carcere di Montorio, forniscono un prezioso contributo alla popolazione straniera detenuta.

Da diversi anni, ormai, sono stati avviati progetti e iniziative per coloro che inizialmente rappresentavano una minoranza e oggi, invece, la maggior parte dei detenuti presenti in carcere. Le necessità restano le stesse, quelle di un sostegno e un ascolto rispetto ai propri problemi e diritti, ma anche la necessità di ritrovare un gruppo di appartenenza. Non tanto ad un gruppo di persone della stessa etnia, ma piuttosto l’appartenenza ad un gruppo fondato sulla condivisione delle medesime difficoltà e i medesimi vissuti pur con la propria storia e la propria individualità.    

Il corso intercultura è uno di questi progetti. Simona, Emanuela e Silvio sono tre volontari dell’associazione “La Fraternità” che ogni settimana si recano in carcere per affrontare assieme ad un gruppo di una quindicina di detenuti stranieri e italiani diverse tematiche di natura affettivo-relazionale. Lo scopo, spiegano i conduttori del gruppo, è quello di creare uno spazio di confronto e di riflessione all’interno di un luogo dove la diversità, forse più che fuori, allontana e genera conflitto. A partire da temi come l’amore, la pace, la felicità emergono i vissuti e le esperienze di ciascuno, ognuno con un suo passato ma tutti accomunati dallo stesso destino, quello del carcere. Anche qui però le difficoltà non mancano. La lingua, prima di tutto, crea un ostacolo non indifferente alla comunicazione tra i partecipanti e le emozioni, poi, quando emergono con tutta la loro drammaticità, diventano difficili da gestire anche per i volontari che da anni portano avanti questo lavoro. Proprio loro avvertono la necessità di una formazione specifica e di interventi sempre più mirati sui bisogni del gruppo per far fronte alle nuove criticità e per ottenere i risultati sperati.  

Il progetto di mediazione culturale presentato dalla Garante dei diritti dei detenuti, Margherita Forestan, può essere considerato una prima efficace risposta a questi bisogni. Grazie al contributo del professore universitario Sala e di un gruppo di mediatori culturali della coop. Azalaea sono stati organizzati diversi cicli di incontri all’interno del carcere. Sono partiti dalla polizia penitenziaria, spiega la Garante, perché già all’interno del personale la provenienza da diverse parti d’Italia può diventare un ostacolo. Gli incontri successivi sono stati suddivisi in 4 parti, ciascuna dedicata ad un tema in particolare, ai quali hanno partecipato i mediatori culturali di ogni etnia presente in carcere. La Forestan riporta con molta soddisfazione i risultati del progetto che forse non si potevano neanche immaginare a priori: i racconti dei poliziotti che hanno sviscerato esperienze mai narrate prima, i loro pregiudizi, le loro paure, la condivisione di situazioni simili di fronte alle quali si sono sentiti impotenti o incapaci di agire; e ancora, gli insegnamenti dei mediatori culturali, il loro esempio, la facilitazione nella comunicazione con l’altro; ma soprattutto i detenuti, che con il loro povero bagaglio socio-culturale, inaspettatamente, regalano grandi insegnamenti: “Noi veniamo da un posto, non veniamo dal nulla” ha detto uno di loro alla Garante al termine di un incontro.  

Proprio queste radici, a volte rinnegate, a volte dimenticate sono invece essenziali per mantenere un senso di identità all’interno di qualunque paese diverso da quello di origine. Questo è anche il messaggio del Cartello “Nella mia città nessuno è straniero” citato durante l’incontro per ricordare una serata dedicata alla tutela dei diritti degli stranieri in carcere. L’obiettivo del cartello, a cui aderiscono circa 43 associazioni di Verona, è quello di facilitare un’integrazione tra le diverse culture all’interno della città (non certo quello di negare le differenze come potrebbe erroneamente essere interpretato il titolo), senza dimenticare quei luoghi come il carcere in cui queste questioni, seppur di interesse comune, spesso vengono confinate, invece che affrontate. Senso di appartenenza e senso d’identità, quindi, risultano essere i due punti di forza per qualunque cittadino del mondo e nel mondo e gli stessi vanno ricreati là dove gli eventi e i percorsi di vita di una persona li hanno resi precari e instabili.  

Anche Luciano, un altro volontario della Fraternità che cerca di aiutare gli stranieri in carcere ad ottenere i documenti necessari alla regolarizzazione della propria permanenza in Italia, si trova spesso di fronte a persone che nella ricerca di un pezzo di carta che attesti la loro provenienza, cercano anche e soprattutto se stessi e la propria terra. Ed è proprio nell’impossibilità di riuscire in questo lavoro, come accade spesso, che anche lui sperimenta in prima persona quel senso di esclusione e di “nullificazione” che possono provare gli immigrati. Come si capisce dalle parole di Luciano il compito dello “sportello stranieri” non si esaurisce mai al reperimento di una carta d’identità o alla compilazione di un kit postale ma diventa soprattutto ascolto e partecipazione alle storie e ai problemi di questa specifica categoria di utenti.  

“Narrare e narrarsi” sono i concetti chiave che collegano le diverse testimonianze al termine della serata. E’ nel racconto di se e dell’altro che si riscopre la propria identità, i propri diritti e i propri valori all’interno di uno stesso universale sistema, quello dei diritti e dei valori dell’uomo. In questo sistema ciascuna etnia parla la stessa lingua, quella della condivisione e della convivenza, fondamentali per vivere nel mondo, indispensabili per abitare in una cella.

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