Nella lunga sfilata di bandiere delle diverse nazionalità del territorio
veronese spicca una strana scultura: un uomo diviso a metà. Non si
intuisce immediatamente il suo significato ma si può forse immaginare
dalla presenza del frate che l’accompagna. La conferma arriva poco dopo,
quando ciascun paese viene annunciato a gran voce sul palco compreso
quello che fra Beppe definisce “gli amici di Montorio”. Tra i tanti
popoli della tradizionale festa a villa Buri c’è anche quello del
carcere, proprio come un paese straniero, mosso dallo stesso desiderio
di integrazione con il resto della città.

 La scultura ideata dall’associazione “La Fraternità” ha proprio lo scopo
di ricordare al mondo fuori le mura anche la presenza di questi
cittadini. E’ la figura di un uomo con una metà dipinta di grigio e
rinchiusa dietro alle sbarre di una cella e l’altra colorata. Il duplice
aspetto rappresenta proprio la duplice natura, nell’immaginario comune,
degli amici di Montorio: detenuti da un lato e uomini dall’altro. In
realtà semplicemente uomini, che nel viaggio della loro vita hanno preso
una strada sbagliata, quella che li ha condotti nel mondo del carcere.
Ma il rischio è quello di vedere una sola parte, quella devitalizzata
dal crimine commesso, quella che si mimetizza con il colore del carcere,
grigio e spento. “Uomini a metà”, dunque, perché visti per il reato
commesso e dimenticati come persone.

Sentimenti di isolamento, emarginazione e di depersonalizzazione non
rendono poi così distante la condizione di queste persone da quella
dell’immigrato. Forse l’unica differenza è che spesso il detenuto si
ritrova ad essere straniero anche nella propria terra, dov’è cresciuto e
quasi per assurdo, soprattutto quando torna in libertà. Ma ancora
peggio si ritrova in un paese, il carcere, dove la socializzazione non è
ostacolata solo dalla lingua, dalla cultura o più semplicemente dal
colore della pelle, ma dalla possibilità, ridotta al minimo, di
stabilire una relazione autentica, stabile e di ricevere un sostegno.

Dentro e fuori, in realtà, sono ancora più simili se si pensa che più
del 60 % dei detenuti del carcere di Montorio sono stranieri. Proprio
come Mustapha, un ex detenuto, scomparso da poco, a cui l’associazione
ha voluto dedicare un momento della festa leggendo una sua poesia. Le
sue parole risuonano nel grande parco di Villa Buri come un messaggio di
ottimismo e di speranza per tutti i partecipanti e non solo: “desidero
continuare a vivere in Italia perché mi sento parte di questo paese che
mi ha ospitato”.

In una giornata di condivisione e di conoscenza reciproca tra i vari
popoli, in un susseguirsi di balli e musiche immersi nei colori delle
varie etnie, anche i volontari del carcere portano la testimonianza di
un popolo che ha risorse e capacità da condividere con gli altri, ma che
per dimostrarlo ha bisogno di essere accettato e incoraggiato.

“Se in libero respiro tornare ancor potrò, cantore dello vita di certo tornerò.” (Mustapha Fadlaouiu).

Leggi anche l’articolo su Verona fedele del 19 giugno 2011: "La carica dei 10mila alla Festa dei popoli"

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