Si è tenuto mercoledì 2 marzo presso la sala Africa dei Comboniani, il secondo degli incontri tematici organizzati dal cartello “Nella mia città nessuno è straniero” sui diritti dei detenuti stranieri in carcere a Verona. Il cartello comprende 43 associazioni veronesi che hanno l’obiettivo di combattere il razzismo e ogni forma di discriminazione sul territorio, attraverso attività di formazione, approfondimento e intrattenimento sul tema dei diritti umani.

A tale scopo è stato organizzato un ciclo di incontri che informano relativamente alla presenza di tale fenomeno in diversi ambiti della realtà veronese, come appunto quello del carcere, presentato dalle associazioni “La Fraternità”, “Progetto carcere 663” e “Ripresa Responsabile”.

Ad aprire il convegno è Maurizio Ruzzenenti, presidente del Progetto Carcere 663, che invita a riflettere sulla situazione degli immigrati rispetto alla realtà carceraria, soffermandosi su due questioni in particolare: il diverso trattamento riservato agli stranieri e il decreto “svuota carceri”. Se da un lato la vita in carcere può apparire vantaggiosa per un clandestino in quanto assicura vitto, alloggio e cure mediche, dall’altro è vero anche che la maggior parte degli stranieri non può usufruire degli stessi vantaggi dei cittadini italiani per quanto riguarda modalità e durata della pena. Ruzzenenti lo sottolinea portando come esempio le conseguenze della legge 199, il cosiddetto decreto “svuota carceri”, che prevede l’esecuzione presso il domicilio della pena detentiva non superiore ad un anno, scartando di fatto tutti coloro che non possiedono una casa.

A questa riflessione introduttiva segue l’intervento della Garante dei diritti dei detenuti, Margherita Forestan, che inserisce il problema della discriminazione all’interno del carcere e in ambito processuale. Nonostante la buona condotta e il rispetto delle regole detentive, allo straniero non vengono quasi mai concessi dei permessi e di conseguenza, una volta liberato, si trova improvvisamente rigettato nel mondo esterno senza alcun riferimento o sostegno, abbandonato a se stesso. Il vissuto di spaesamento e di ansia di fronte ad una realtà, dalla quale si è rimasti lontani per tanto tempo, non sono un’eccezione ma un rischio che accomuna la maggior parte dei casi. L’altro aspetto su cui la garante punta il dito è il trattamento subito in aula dagli imputati stranieri. Prima di tutto il linguaggio tecnico e specifico utilizzato da giudici e avvocati, già incomprensibile per un qualunque cittadino italiano, non mette lo straniero nella condizione di capire ciò di cui viene accusato e i provvedimenti emanati nei suoi confronti. A questo, inoltre, si aggiunge la discontinuità dell’iter processuale dal momento che l’avvocato d’ufficio, assegnato per la difesa, molto spesso cambia da un appello all’altro. Un atteggiamento di questo tipo non può che favorire l’ignoranza, l’impossibilità di difendersi e soprattutto sentimenti di sconforto e di disperazione o ancora peggio di rabbia e di vendetta. Tale scenario non sembra certo il risultato di un progetto di rieducazione e di reinserimento sociale del detenuto come quello previsto dalla legge italiana e volto alla tutela dell’intera comunità.

Per quanto riguarda l’ambito sanitario, la responsabile, dott.ssa Antonella Vesentini, presenta un quadro sintetico dei provvedimenti attuati in seguito alla riforma sulla sanità penitenziaria del 2008, per effetto della quale l’assistenza medica è passata dal controllo del sistema penitenziario a quello del servizio territoriale (ULSS 20). Sono previsti un servizio di infermieria e un medico di base per ogni sezione e viene data anche la possibilità di richiedere visite specialistiche per problematiche specifiche. Figura centrale, secondo la dottoressa, oltre a quella del medico, sarebbe quella dell’infermiere, essendo colui che trascorre la maggior parte del tempo con i detenuti. Si è notato infatti che in alcuni casi, il detenuto straniero, che in genere non ha la possibilità di parlare con nessuno, trova nella figura dell’infermiere un punto di riferimento e forse un sostegno. Accanto a questa fortunata eventualità, tuttavia, si evidenzia un altro dato allarmante: quasi la metà dei detenuti prende una terapia farmacologica.

Di fronte a questa testimonianza ci si può chiedere: quali sono le reali motivazioni sottese al bisogno di una terapia farmacologica? E ancora, quale reale supporto fornisce l’infermiere? Dall’esterno e senza alcun dato che fornisca maggiori informazioni non è possibile saperlo.

Subito dopo il cappellano Don Maurizio Saccoman espone il tipo di aiuto offerto da un religioso all’interno del carcere, sia dal punto di vista materiale, che dal punto di vista spirituale. Il religioso rappresenta per molti detenuti stranieri un primo punto di riferimento facilmente accessibile e pur non essendo facile rispondere ai bisogni di tutti, Don Maurizio considera il proprio intervento una sfida non solo umanitaria, culturale, sociale ma anche religiosa. In questo senso il gruppo cappellania e le stesse celebrazioni della messa sono aperte a tutti, indipendentemente dal credo religioso. L’impegno del gruppo cappellania non si riduce a semplici parole ma anche a fatti concreti: fornendo il Vangelo e altri libri religiosi in varie lingue (come il Corano ai Mussulmani), allacciando rapporti di collaborazione con i vari rappresentanti religiosi presenti in città, traducendo per i cristiani stranieri che frequentano la Messa la Parola di Dio domenicale in una decina di lingue diverse. Don Maurizio riassume così il senso del proprio lavoro: “si cerca di far emergere i valori universali che sono comuni a tutte le religioni e culture”.

L’intervento successivo è del volontario Maurizio Malvestio che presenta il corso “Intercultura”condotto all’interno del carcere e organizzato dalla Fraternità. Tale progetto nasce dall’intento generale di rieducare e reinserire nella società il detenuto (Art. 27 Comma 2 della Costituzione), e nello specifico il detenuto straniero che deve affrontare maggiori difficoltà, come la mancanza di una casa, di un posto di lavoro, di legami familiari e amicali. Il corso prevede due ore di incontro settimanali, nelle quali viene favorito l’ascolto e il dialogo tra detenuti italiani e stranieri a partire da temi di comune interesse per stimolare il confronto e il rispetto delle differenze, promuovere responsabilità e fiducia in se stessi. Nella realizzazione del progetto non sono mancati gli ostacoli – riferisce Malvestio – non tanto nel piccolo gruppo, quanto all’interno del contesto carcerario in senso allargato, dove risulta ancora difficile trovare una collaborazione e un sostegno rispetto a interventi che mirano all’integrazione. Nonostante questo il volontario conclude riportando il commento positivo di alcuni partecipanti, come testimonianza del buon risultato raggiunto.

L’esposizione si chiude con la testimonianza di un altro volontario della Fraternità, Luciano Ceschi, che svolge la sua attività presso lo sportello stranieri, istituito sulla base di una convenzione con il carcere di Montorio e con la collaborazione dell’Ass. CittImm. Lo sportello svolge principalmente attività di consulenza in materia di immigrazione ma anche assistenza diretta nell’iter necessario al reperimento dei documenti per il rinnovo del permesso di soggiorno (pds), come la compilazione del kit postale per la richiesta del pds, la presentazione del kit agli uffici postali, comunicazioni alla questura per tutti i casi in cui la documentazione è assente o carente, ma anche contatti con avvocati, consolati, ambasciate e familiari. Anche in questo caso vengono messi in luce gli ostacoli che spesso impediscono di attuare gli obiettivi prefissati come la difficoltà nel comunicare con le famiglie, di reperire i documenti necessari al rinnovo del pds o l’impossibilità di rinnovare il pds nel caso in cui il passaporto è scaduto. Agli impedimenti incontrati nell’attività dello sportello si sommano poi quelli relativi alla pena da scontare, in particolare l’impossibilità di accedere a pene alternative per chi non ha il pds.

I temi e i progetti presentati suscitano l’interesse del pubblico e molte sono le domande e le provocazioni avanzate al termine del convegno. Alcuni chiedono maggiori informazioni rispetto a ruoli come quello di mediatore culturale o di psicologo, non citati nello specifico, altri rispetto alle figure presenti per comprendere meglio il loro impegno attuale e futuro. Risulta evidente che il tema per quanto difficile da affrontare, coinvolga tutti, non solo le associazioni direttamente impegnate nella realtà penitenziaria, seppur prevalenti in sala. Tuttavia il singolo evento sembra fungere come sempre solo da campanello d’allarme, se ad esso non seguirà una risposta da parte dei presenti e di una fascia più allargata dell’opinione pubblica, attraverso una continua informazione e nuove iniziative volte alla tutela dei diritti di tutti, indipendentemente dalla provenienza socio-culturale.

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