Storie fin troppo vere, in tre lettere che i volontari hanno estratto da una fitta corrispondenza dal carcere, sono rimaste al centro della discussione per tutto il settimo incontro del 18 marzo.

Nella prima, la più a lungo e con più difficoltà esaminata dai partecipanti, emergevano le due facce apparentemente contrapposte di un pedofilo davanti alle emozioni del processo e della condanna: uno sprofondare nel buio della vergogna e dell’assenza di futuro ed un coprire la disperazione con la banalizzazione del quotidiano. Ci vuole altro che una lettera per rispondere, forse non basteranno gli anni della condanna. Comunque la direzione dovrebbe essere quella di rispecchiare, mostrare che si comprende lo stato d’animo; poi cercare di comunicare che si può sempre ritrovare un senso alla vita, che bisogna saper perdonare se stessi per avere la forza di ricostruire; ma questo è possibile solo attraverso un lungo percorso terapeutico, la consapevolezza di avere un problema ma di non farsene un alibi, del male fatto, della responsabilità e del rischio se non si raggiunge il controllo del proprio agire.

Nella seconda lettera, di una sedicente “pecora nera” di famiglia imprenditoriale molto benestante, ragionando sul perché di una domanda apparentemente stravagante, si è arrivati a scoprire l’intenzione sottostante, di ricostruire il legame familiare distrutto mandando avanti il volontario. La risposta dirà allora che è il detenuto stesso a doversi prendere la responsabilità, la fatica, ma anche il segno di maturità di un primo passo di riavvicinamento.

La terza lettera contiene due proteste: una persona condannata per omicidio ad una lunga pena non è stata accompagnata al funerale della madre. Normale, purtroppo, insensibilità dell’istituzione. E vorrebbe avere notizie dei figli dichiarati in adozione, ripromettendosi di andarli a prendere, una volta uscito (tra molti anni). Si commentava che la necessità, nella risposta, sarà di “fargli mettere i piedi per terra”, cioè fargli capire che certe scelte, certe azioni innescano una catena di conseguenze, tra l’altro già previste dalla legge o dalle regole sociali; non ci si può sottrarre come azzerando un videogioco. Bisogna al contrario saper accettarle e tenerne conto nella ricostruzione della propria vita, che resta comunque, anche se con molto tempo e fatica, possibile.

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