Il tema trattato durante l’incontro del 25 febbraio 2011è stato ancora una volta il colloquio all’interno della relazione di aiuto. I partecipanti, guidati da Lucia Di Palma, hanno potuto sviluppare l’argomento partendo dall’osservazione pratica di due simulazioni di colloquio.

– Prima simulazione di colloquio: soggetti: Volontario (V) e conoscente di un detenuto (C) Il conoscente riferisce di essersi recato al colloquio per conto della compagna del detenuto e inviato all’associazione dall’avvocato. C da subito chiede al volontario se può trovare un lavoro al detenuto, così quest’ultimo potrà scontare la pena fuori dal carcere. C insiste più volte con V sulla questione del lavoro, senza dar retta a ciò che V continua a ripetergli. V tenta in vari modi di capire meglio la situazione e di spiegare a C che lo scopo principale dell’associazione non è quello di trovare lavoro ai detenuti. C risulta frettoloso e sembra non ascoltare chi ha davanti, continuando ad insistere sulla propria idea, che è anche lo scopo per cui è arrivato all’associazione. Inoltre C tira fuori una nuova motivazione, riferisce che il detenuto ha problemi di salute (lo definisce “un po’ epilettico”) e perciò non può stare in carcere. V tenta di indagare attraverso alcune domande la situazione familiare del detenuto e il motivo per cui si trova in carcere, anche per smontare la convinzione di C rispetto al fatto che il detenuto riceverà al massimo un mese e mezzo di pena. C continua a giustificare la situazione del detenuto, insistendo sulla questione della salute e tendendo a sminuire il reato (tentato furto in una posta). V spiega che sarà il giudice a decidere la condanna e che è compito dell’avvocato comunicare l’eventuale disturbo di salute. C sembra non capire o forse non vuole ascoltare; ad un certo punto, continuando sulla propria strada, allunga a V un numero di fax allegato ad un annuncio di lavoro trovato su un giornale, chiedendo se l’associazione può inviare un fax all’azienda indicata per conto del detenuto. Quando V riprova a spiegare che non è compito dell’associazione rispondere a queste richieste, C si alza indispettito, saluta e se ne va.

Impressioni degli osservatori: – E’ sempre utile da parte del volontario cercare di capire meglio la situazione del detenuto e della sua famiglia, tanto più se il conoscente si presenta al colloquio al posto di un familiare. Poteva risultare utile chiedere in questo caso: “perché non è venuta di persona la compagna del detenuto?”. – L’obiettivo chiaro di questa persona era quello di trovare nell’associazione un garante, che potesse mediare con l’azienda che offre il lavoro. – La dott.ssa Di Palma ha sottolineato il fatto che con tali persone è difficile costruire un percorso, in quanto non sono persone che cercano un aiuto, ma pretendono risposte a precise richieste. Perciò, finché non si rendono conto di questo sembra inutile impegnarsi, anche perché non è compito dell’associazione trovare loro un lavoro, facendogli capire che non siamo un ufficio pubblico.

Seconda simulazione di colloquio: soggetti: Volontario (V) e figlia di un detenuto (F) La figlia si presenta e riporta da subito a V il motivo della sua sofferenza e la sua preoccupazione. Racconta di avere il padre di 67 anni in carcere a Padova, condannato a 7 anni di pena, per un reato che secondo lei e la sua famiglia non ha commesso. Ma sembra non voler parlare, almeno inizialmente, del reato. F riferisce che tutta la sua famiglia è disperata per quello che è successo e per le voci che girano in paese; in particolare dice di essere preoccupata soprattutto per la madre che non esce di casa per la vergogna e per il padre in carcere che minaccia di tentare il suicidio. Insiste sul fatto che il padre è innocente, che ormai è anziano, che non può stare in carcere, che la sua è sempre stata una famiglia tranquilla, che non ha mai avuto problemi di questo tipo e che ora si ritrova sotto gli occhi di tutti e abbandonata da tutti. Inoltre, F riferisce che la ragazza che ha denunciato il padre per violenza gli ha rovinato la vita e che per soldi l’ha ricattato. F chiede al volontario se c’è un modo per far uscire suo padre, se c’è possibilità di inserirlo in una comunità, vista l’età. V cerca di consolarla e insiste sull’importanza di parlare con l’avvocato per valutare queste possibilità.

Impressioni degli osservatori: – Il volontario non ha puntato sull’aspetto importante del tenere unita la famiglia in un momento così delicato. – La richiesta indiretta della figlia è di aiutare la madre ad uscire di casa e a trovare il coraggio di reagire. L’obiettivo principale dell’associazione è di avvicinarla e di metterla in relazione con altre persone, così da potersi confrontare con situazioni simili a quella della sua famiglia. La proposta migliore in questo caso è l’invito a partecipare alle domeniche delle famiglie. – Il pericolo per i volontari è di lasciarsi coinvolgere troppo nelle storie e nelle situazioni, soprattutto se emotivamente forti. Ad esempio, in questo caso cambia poco sapere se il detenuto sia veramente innocente o meno. Il compito del volontario non è sostenere la convinzione del familiare, ma accorgersi della vera e forte richiesta che viene espressa attraverso la preoccupazione, cioè il far qualcosa per la madre, dargli la possibilità di essere ascoltata e di trovare un ambiente accogliente, non ostile.

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