Venerdì 14 gennaio di questo nuovo anno Lucia Di Palma conduce il quarto incontro del corso "Dare parole al cambiamento. Le relazioni epistolari e i colloqui di sostegno con autori di reato". Dopo le informazioni, i commenti, le discussioni sulla corrispondenza, è il momento di affrontare i colloqui faccia a faccia, tra persone che non hanno un rapporto di amicizia alla pari ma una dissimmetria tra aiutante ed aiutato

 Elenchiamo qualche categoria di colloquio: di lavoro – informativo – di conoscenza – di consulenza – “terapeutico” in senso lato e non tecnico. Lucia Di Palma si riferisce costantemente ad un ambito istituzionalizzato, nel volontariato ci sono evidentemente possibilità più creative

 Il setting è lo spazio fisico dedicato al colloquio, che dovrebbe offrire un ambiente confortevole: stanza, sedie, eventualmente una scrivania, con o senza la quale va comunque rimarcato il confine tra chi offre e chi riceve il colloquio. La durata è variabile ma non dovrebbe oltrepassare l’ora

 E’ essenziale l’ascolto. E non è facile contemporaneamente ascoltare, rielaborare e decidere cosa rispondere. Piuttosto di avventurarsi a dare risposte non meditate e inutili, è meglio prendere tempo. Normalmente il colloquio inizia con una richiesta; bisogna allora capire cosa in realtà la persona sta chiedendo, perché probabilmente non coincide con quello che viene detto. Se la richiesta di un parente è che facciamo qualcosa per l’altro parente, noi dobbiamo invece aiutarlo a capire e fare lui quello che dovrebbe.

Metodologicamente, bisogna scegliere se dare del “tu” o del “lei”. Generalmente è fondamentale usare il “lei”, per mantenere la differenza che è condizione per un rapporto efficace di aiuto. Si può dare del “tu” alle persone più giovani o agli stranieri, che altrimenti farebbero confusione con verbi e pronomi, ma dichiarando il motivo. Tanto più rigorosamente va mantenuto il “lei” con chi chiede di dare del “tu”.

Non esiste l’urgenza. Per quella c’è il pronto soccorso dell’ospedale. Ogni altra condizione può durare nel tempo; come la difficoltà era nel passato, così può protrarsi nell’immediato futuro senza ulteriore grave pregiudizio. Tanto più è pressante la richiesta, tanto più conviene prendere tempo per capire, con tutte le domande necessarie, sia la situazione sia la persona, conoscere le sue capacità, la sua storia; altrimenti la risposta rischia di non essere d’aiuto perché non tiene conto delle ragioni per cui non è stata ancora trovata o applicata.

L’obbiettivo è produrre un cambiamento nella persona incontrata. Se diamo direttamente quello che chiede, per esempio soldi o alimenti, non la aiutiamo a risolvere il problema del perché non era in grado di procurarseli e, una volta esaurito il dono, ce la ritroviamo dipendente da noi. Se alla lunga un cambiamento non avviene, significa che io non sono la persona adatta a quell’aiuto e consiglio di rivolgersi ad altri. Eccezionalmente, a cambiamento avvenuto e dopo anni, il rapporto può diventare alla pari.

Se si intende respingere una richiesta diretta, bisogna dirlo e motivarlo apertamente. Eventualmente si può assumere l’impegno di informarsi e di dare un’indicazione corretta nel colloquio successivo.

Verso la fine dell’incontro alcuni partecipanti espongono qualche loro esperienza problematica. Ne derivano ulteriori indicazioni:

di non rispondere mai a domande sulla propria vita privata;

di non indagare sui singoli fatti raccontati, per accertare se sono veri o sono balle; vanno in ogni caso considerati come il vissuto della persona, indizi per conoscerla, e serve solo capire se hanno fondamento;

non lasciare tempo alle lamentazioni: spiegare che siamo lì per altro, per occuparci di cose sulle quali possiamo incidere, che dipendono da noi, e non di quelle sulle quali non possiamo farci niente; conviene anzi uscire dai soliti argomenti carcerari per spostare l’interesse su un mondo diverso.

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