Venerdì 5 novembre, nel convento di San Bernardino, la dottoressa Lucia Di Palma ha condotto il secondo incontro del corso "Dare parole al cambiamento. Le relazioni epistolari e i colloqui di sostegno con autori di reato" , dedicandolo specificamente alla corrispondenza con cui i volontari della Fraternità accompagnano i detenuti.

Ha introdotto il tema riflettendo sul fatto che, in questo genere di corrispondenza, non si conosce il proprio interlocutore; poi ha analizzato la varietà e la complessità delle motivazioni che spingono la persona carcerata a scrivere ad un’associazione di volontariato: una sollecitazione o un esempio ricevuto da altri, il bisogno di costruire un rapporto umano che integri o sostituisca legami familiari carenti, un desiderio di novità, ed altro ancora. Allo stesso modo, il volontario che riceve queste ‘lettere dal carcere’ reagisce in modi differenti, con una gamma di risonanze interiori che vanno dall’empatia al dubbio, dalla sensazione di impotenza all’irritazione…
Come nel primo incontro, la Di Palma ha sottolineato il fatto che la capacità di leggere la propria disposizione interiore, così come quella di interpretare correttamente la situazione di bisogno dell’altro, è la premessa indispensabile per gestire in modo non superficiale la relazione di aiuto e va continuamente affinata attraverso la riflessione sull’esperienza della scrittura.

A questa parte teorica è seguita una esemplificazione pratica, basata sulla lettura di una lettera, a cui i volontari presenti – divisi in piccoli gruppi – hanno dato risposte che poi sono state confrontate e discusse. La lettera, scelta in modo del tutto casuale, ha proposto la situazione di un ergastolano (in particolare, un condannato all’ ‘ergastolo ostativo’, cioè all’ergastolo senza nessuna possibilità di uscita), il quale scrive di dover affrontare un rischioso intervento alla spina dorsale. La lettera è molto breve, ma densa di temi importanti: nel contesto di una durissima carcerazione, la grave malattia è vissuta come una punizione per il male commesso, la disperazione si declina in rassegnazione, la morte è vista come l’unica via di uscita. Nella lettera il detenuto esprime grande venerazione per fra’ Beppe, di cui attende una visita in carcere.
Le risposte elaborate dai gruppi presentano alcuni punti di convergenza: tutti hanno colto la disperata rassegnazione della persona. Propongono quindi, con qualche diversità ma in sostanziale accordo, di stabilire un rapporto empatico e di offrire ragioni di speranza, con molta attenzione però ad evitare ogni retorica.

La Di Palma fa notare il fatto che lo scrivente si rivolge a fra’ Beppe con una accentuata deferenza: cerca conforto in un religioso, investito ai suoi occhi di una particolare autorità, piuttosto che nel dialogo con un volontario, o in quello intimo con Dio. Il detenuto prega fra’ Beppe che lo vada a trovare in carcere: non in ospedale, in occasione dell’intervento, non a casa, dove pure spera di poter ottenere di andare, ma nel carcere, come se la sua vita non potesse avere un altro orizzonte. La vita è identificata con il carcere, e fuori del carcere non può esserci che la morte… Il problema di questo detenuto, osserva la Di Palma, è prima di tutto questo senso di morte che lo raggela, che gli impedisce di trovare in se stesso una sorgente di vita. La vita va oltre le sbarre del carcere, va oltre la malattia: se quest’uomo avesse dentro di sé un legame più forte con la vita, potrebbe arrivare a dare un senso diverso alla malattia stessa. Se avesse la vita dentro di sé, e non la morte, vedrebbe la malattia anche come l’occasione, seppur dolorosa, di uscire dal carcere e di ritrovare i familiari. Quest’uomo, ha concluso la relatrice, ha bisogno di trovare una luce nel buio, che il volontario può cercare di accendere in lui.
Il volontario è chiamato dunque ad accogliere l’impegnativo confronto, portando anche la propria esperienza personale, in modo da offrire sempre nuovi margini di crescita
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