Vincenzo Linarello, presidente del consorzio Goel di Locri, è intervenuto al Convegno sull’educazione alla legalità che si è svolto il 26 novembre scorso nella Facoltà di Scienze della formazione dell’università di Verona .
La Locride è una realtà che ha tassi elevatissimi di disoccupazione giovanile (pari al 70%) e di violenza. Il consorzio Goel si propone, come percorso ecclesiale promosso da mons. Bregantini, di costruire alternative tramite imprese sociali.
La sua “mission” è il cambiamento del territorio circostante e della Calabria, tramite un lungo elenco di attività. Con i rifugiati, poiché l’immigrazione è considerata risorsa di sviluppo, o tramite comunità per minori e comunità psichiatriche, per offrire una buona sanità alternativa alla sanità pubblica infiltrata dalla ‘ndrangheta. E ancora interventi nella comunicazione, nel turismo responsabile e solidale, che produce poi alleanze in tutta Italia. Il Consorzio favorisce poi lo scambio senza denaro e l’agricoltura biologica, con la vendita diretta saltando la filiera della distribuzione che alza i prezzi al consumo soffocando i compensi ai produttori. Attenzione anche alla produzione artistica e al settore del tessile, recuperando metodi tradizionali e costosi per proporre modelli di alta moda con contenuti valoriali opposti a quelli prevalenti presso gruppi sociali altrimenti difficilmente raggiungibili.
Le attività scelgono di stare sul mercato al di fuori degli aiuti pubblici.
Abbiamo adottato il metodo della riflessione continua sull’esperienza -spiega Linarello -. Con la conoscenza che ci deriva dai rapporti con le imprese e gli enti pubblici abbiamo imparato a decodificare il sistema territoriale e capito perché la nostra regione è così”.

La precarietà è un progetto sistematico che crea dipendenza e controllo.
La grande crescita economica della ‘ndrangheta (con un bilancio equivalente a quello di un piccolo Stato) produce a sua volta una stratificazione interna: il 10% degli affiliati possiede quasi tutto e fa i progetti, il 90% restano straccioni.
Abbiamo anche scoperto l’importanza delle massonerie deviate”, continua il presidente del consorzio. “La ‘ndrangheta pratica fortissime iniziative di controeducazione anche sul piano simbolico, come i riti d’iniziazione. Hanno deciso di istituire due livelli superiori, “santista” e “vangelo”, da piazzare nelle massonerie. Occupano i posti chiave dove necessariamente i cittadini devono passare, per le assunzioni, le cure, le certificazioni, ecc. E in cambio dei favori sono estorti i voti poi rivenduti ai partiti che devono ripagare con altre collocazioni e finanziamenti”.

In un contesto degradato in cui le norme sono emanate per interessi di parte, non ha senso educare alla legalità ma alla giustizia.
Tra i principi ai quali ci ispiriamo c’è il non giudicare. L’insegnamento cristiano non significa solo: non tocca a voi ma a Dio, ma deriva proprio dall’impossibilità di avere tutti gli elementi per giudicare le persone. La ‘ndrangheta è basata sulla famiglia: chi non sarebbe mafioso, nascendo in famiglia mafiosa? Non possiamo mai sapere la complessità e l’esperienza di altri. Combattiamo il male, non le persone, altrimenti le portiamo a subire una doppia violenza: prima nell’educazione, poi nell’emarginazione”.

Altro fondamento su cui si basa l’operato del Consorzio è l‘amore pregiudiziale: non amo chi lo merita, ma tutta la mia terra e la mia gente. “Non permettiamo di cambiarci a chi prima non ha dimostrato di amarci – chiarisce Linarello -. Molte provocazioni sono fatte proprio per metterci alla prova in questo amore”.
In Calabria il criterio di mobilità sociale non è il merito ma l’appartenenza. La ‘ndrangheta non pesca nei ceti medi ma tra chi non ha appartenenze, e gliele dà. I soldi non sono il traguardo, ma solo un segno dell’affermazione sociale.
L’etica deve funzionare. Il cambiamento ha tali ostacoli che braccia e cuore non bastano a superare: ci vuole tutta l’intelligenza per farlo. Non bastano le parole: o la proposta etica è anche efficace, o va a farsi friggere.

“In alleanza con moltissime altre associazioni, facciamo una manifestazione annuale rivolta a quel 90% dello strato inferiore della ‘ndrangheta, per dire: non sapete fare il vostro interesse, restate degli straccioni, finirete in galera, guadagnate meno dei soci delle nostre cooperative. Noi siamo rispettati non perché facciamo paura ma per la nostra cittadinanza attiva”.
La sfida educativa dev’essere accompagnata da prodotti, da segni, per convincere quindi a stare con chi li produce. Bisogna demistificare la stupidità, la scarsa efficacia delle ideologie, di certe alternative. “L’ideologia mafiosa è una bugia – conclude Linarello -. Ci sono metodi più efficaci per fare giustizia. Dobbiamo saper adottare i linguaggi, non i concetti, della comunicazione corrente. Il cambiamento non può avvenire per vittoria di una parte contro l’altra, ma per trasformazione di tutti”.
L’obbiettivo non è vincere (la battaglia contro la mafia) ma convincere, nel suo duplice convergente significato di persuadere e di vincere insieme: senza quindi vincitori e vinti.

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