Il percorso didattico “L’immagine riflessa” è stato ideato da una psicologa che opera nel carcere veronese e da due nostri volontari, che hanno lavorato insieme alla creazione e alla stesura dei testi. In seguito il loro operato è stato espresso graficamente grazie all’aiuto di un esperto.
Può essere messo a disposizione di scuole e parrocchie, e si presta ad essere un’ottima occasione per sensibilizzare giovani e meno giovani sul mondo penitenziario. Le richieste più frequenti, che accogliamo sempre volentieri, provengono da insegnanti (per interventi nelle scuole), da animatori parrocchiali (per i gruppi giovanili o di adulti), da persone impegnate in centri culturali o di pastorale, di paese o di quartiere (per incontri pubblici).

Si tratta di una riflessione che va fatta insieme, con l’ausilio di volontari formati a stimolarla adeguatamente, a portare testimonianze, a parlare di ciò che significa davvero “carcere”.

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Lo specchio

Abbiamo scelto lo specchio come strumento interpretativo di questa mostra che pone a confronto carcere e società non come realtà distinte ma l’una appartenente all’altra. È da questa base che muove la convinzione che le condizioni di vita in carcere possano in qualche modo rendere conto del grado di civiltà della nostra società.

In realtà il carcere rimane culturalmente e fisicamente ai margini della città, come rimane ai margini della nostramente, allontanato dalla nostra vita. È qualcosa che non ci piace e ci fa soffrire.

Guardare la nostra immagine, cioè la nostra società riflessa in relazione al mondo carcerario, considerare soggetto attivo anche chi ha sbagliato, consente una comprensione reciproca, tiene aperte molte prospettive e riduce le distanze tra noi e l’altro (il detenuto), tra mondo-fuori e mondo-dentro-le-sbarre. Ci mostra la realtà e cancella i pregiudizi, in un percorso che prende forma in due modalità: individuale e collettivo. Ci fa sentire più vicini, più simili.Individuando quattro emozioni negative di base, PAURA, CONFUSIONE, RABBIA, SOLITUDINE, che caratterizzano la vita di tutti in determinate fasi dell’esistenza (ad esempio l’adolescenza o i momenti di sofferenza) o in certi momenti della giornata e che sono prevalenti nella condizione del detenuto, troviamo un punto di incontro, ci rendiamo conto che il detenuto è una persona proprio come noi. Dimenticarci di lui è un tentativo maldestro di non pensare ai nostri momenti bui. Possiamo invece provare a metterci nei suoi panni, evitando il preGIUDIZIO e riportando i fatti ad una dimensione più obiettiva. Ci ricorda le nostre responsabilità.

I problemi in carcere, la scarsa funzione riabilitativa della pena e talvolta la sua inutilità, talune violazioni dei diritti umani, ci mettono di fronte le lacune che dobbiamo colmare nella costruzione del nostro vivere civile. Ci ricorda come la costruzione di una società più sicura e civile dipenda nostro pensare e agire.

  • l’educazione alla legalità deve partire dal nostro quotidiano, dall’educazione dei figli, promuovendo il rispetto delle regole e delle persone come il terreno della crescita della collettività
  • un atteggiamento più sereno e obiettivo nei confronti della giustizia e della pena la prevenzione, non solo la repressione, dove il diritto di cittadinanza sia garantito e includa tutti
  • l’accoglienza, l’attenzione alla persona con la sua storia, l’ascolto, il dialogo e il confronto soprattutto con chi, più debole, fatica a stare al passo.

Se la nostra società volesse migliorarsi dovrebbe guardarsi in questo specchio, vedersi in relazione con le varie realtà della città e progettare il cambiamento partendo da ciò che il nostro senso civico non può accettare.

Cosa possiamo fare?

individualmente

Prevenire la trasgressione, con più coscienza dei comportamenti quotidiani.

Educare alla legalità iniziando dai nostri figli: è da noi che imparano le generazioni future.

Crescere in equità nei giudizi, con un atteggiamento più obiettivo e razionale nei confronti della giustizia e della pena.

collettivamente

Prevenire la trasgressione, attraverso le istituzioni,i servizi sociali, i progetti mirati.

In carcere, occupare proficuamente il tempo dei detenuti, offrendo lavoro, opportunità per permessi premio, misure alternative, possibilità di riparazione del danno.

All’uscita dal carcere, offrire accoglienza, possibilità di reinserimento mediante alloggi e lavoro.

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